La conferenza annuale di Mare Libero APS, anche quest’anno svoltasi a Napoli, a Villa Medusa – Casa del Popolo, nella cornice di un grave dissesto ambientale come quello di Bagnoli, è uno spazio di confronto pubblico sul futuro delle coste italiane, intese come luoghi centrali per l’esercizio di diritti fondamentali, per la tutela degli ecosistemi e per la costruzione di nuove forme di accesso equo e democratico al mare. La costa è assunta come un bene pubblico scarso e vulnerabile, oggi attraversato da profonde tensioni ambientali, sociali e spaziali, che rendono urgente ripensarne le modalità di gestione e di progetto.
La conferenza, presentata e moderata da Klarissa Pica, si è articolata in quattro momenti principali: bene fragile, esperienze istituzionali e locali, territorio conteso e bene pubblico.
In questa terza sezione si è parlato della costa come territorio conteso, come spazio di conflitti, attraversato da interessi pubblici e privati che spesso si scontrano. Si analizzeranno i veri e propri processi di colonizzazione delle coste italiane da parte dell’industria turistica, vedendo come questo incide in termini di privatizzazione, di cementificazione e di profonda trasformazione ambientale. Le concessioni balneari, le trasformazioni urbanistiche e la pressione turistica oggi ci impongono una domanda cruciale sul rapporto tra diritto collettivo, rendita economica e tutela ambientale. Di fatto la costa si è trasformata sempre più da bene pubblico a bene di mercato da cui estrarre valore. Di fatto, l’esclusione dal litorale si traduce in una vera e propria spazializzazione delle disuguaglianze, creando profondi divari sociali. Se ne è discusso negli interventi di Stefania Ragozino, Alex Giuzio e Pietro Forti, riflettendo sulle possibilità di una gestione più equa e condivisa della costa
– Pietro Forti: giornalista di Will: “Dalla finestra: com’è possibile che le concessioni balneari siano ancora lì”
Buon pomeriggio a tutte e a tutti.
Mi dispiace essere il primo intervento del pomeriggio, nel momento più difficile dal punto di vista dell’attenzione. Sono stato invitato a intervenire pur non occupandomi direttamente di territori. Mi occupo soprattutto di politica nazionale, della politica “romana”, quella che si svolge ogni giorno tra Camera, Senato e Palazzo Chigi.
Eppure, la politica nazionale si occupa continuamente di questi territori, spesso senza ascoltare davvero le voci che provengono da chi li vive. Per spiegare cosa intendo, vorrei partire leggendo un passaggio tratto da un atto parlamentare, prima una risoluzione e poi un intervento di un deputato appartenente a una forza politica che si propone come innovatrice. Lo cito perché contiene un elemento interessante.
Il testo recita: «Assumere iniziative nelle opportune sedi nazionali ed europee finalizzate a tutelare gli interessi strategici italiani rispetto all’applicazione di normative e direttive europee ritenute incompatibili con la salvaguardia del comparto turistico nazionale, con particolare riferimento alla disciplina delle concessioni demaniali marittime e agli effetti derivanti dall’applicazione della Direttiva Bolkestein.»
Probabilmente questo linguaggio risulta poco comprensibile. È un esempio perfetto di “politichese”: un linguaggio costruito per dire molto senza spiegare realmente nulla. Se invece traduciamo quel messaggio in termini più espliciti, il ragionamento diventa questo: in Italia esistono circa 26.000 concessioni balneari e migliaia di stabilimenti che rappresentano una parte importante dell’offerta turistica nazionale. Secondo questa impostazione, tali attività andrebbero tutelate anche evitando l’applicazione della Direttiva Bolkestein. Da anni le forze del centrodestra promettono di impedire l’applicazione della direttiva, salvo poi modificare la propria posizione una volta arrivate al governo. C’è chi sostiene che la Bolkestein non debba essere applicata, anche a costo di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, ricordando che il nostro Paese è già coinvolto in numerose procedure europee.
Secondo questa linea politica occorrerebbe modificare rapidamente la normativa nazionale per rafforzare la posizione degli attuali concessionari, perché la scadenza fissata per il 2027 si avvicina rapidamente.
Mi interessa però sottolineare un altro aspetto.
Una delle forze politiche più giovani presenti oggi in Parlamento è entrata nelle istituzioni con un messaggio fortemente critico nei confronti del centrodestra e con la promessa di difendere maggiormente l’interesse nazionale rispetto ai vincoli europei. È interessante osservare come questa posizione venga utilizzata soprattutto per distinguersi politicamente dagli altri partiti della stessa area. Non è tanto questo il punto che mi interessa discutere, né voglio esprimere un giudizio di parte. Mi occupo di cronaca parlamentare e provo semplicemente a raccontare ciò che accade.
Il dato rilevante è che, su una questione come quella delle concessioni balneari, molte forze politiche finiscono per assumere posizioni molto simili, indipendentemente dalle differenze ideologiche dichiarate. Da un lato si rivendica il mercato, la concorrenza e la liberalizzazione; dall’altro, quando si affronta concretamente il tema delle concessioni balneari, emergono proposte che puntano a garantire la continuità degli attuali concessionari, attraverso proroghe o altri strumenti normativi. Questo dimostra quanto sia difficile separare gli annunci politici dalle decisioni che vengono effettivamente assunte nelle sedi istituzionali.
Vorrei però spostare l’attenzione su un tema più generale, che non riguarda soltanto il Parlamento o le singole forze politiche, ma il funzionamento stesso delle istituzioni. Nella Costituzione è previsto che il Presidente della Repubblica promulghi le leggi nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento europeo e dagli obblighi internazionali assunti dall’Italia. Esiste un precedente significativo. Nel 2017 il Presidente della Repubblica rinviò alle Camere una legge riguardante il contrasto al finanziamento delle imprese produttrici di mine antiuomo e di munizioni a grappolo. Il rinvio era motivato dal fatto che alcune disposizioni risultavano incompatibili con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia attraverso le Convenzioni di Ottawa e di Oslo. In quel caso il Capo dello Stato ritenne che la legge dovesse essere riesaminata dal Parlamento prima della promulgazione.
Diversa è stata invece la vicenda del decreto Milleproroghe del 2023. Pur contenendo disposizioni che, secondo molti osservatori, risultavano in contrasto con il diritto europeo in materia di concessioni balneari, il decreto è stato promulgato. È una scelta che pone interrogativi sul modo in cui le istituzioni interpretano il proprio ruolo e sul rapporto tra il rispetto del diritto europeo e le esigenze della politica contingente. Non voglio entrare nel merito delle valutazioni costituzionali, ma mi sembra evidente che esista un problema più ampio: il modo in cui chi esercita funzioni pubbliche interpreta il concetto di interesse generale e il mandato ricevuto dalle istituzioni.
C’è però un’altra questione che considero ancora più importante e che ho avuto modo di osservare nei pochi mesi trascorsi seguendo da vicino i lavori parlamentari. Quando si scrivono provvedimenti come il Milleproroghe, la legge di bilancio o i decreti collegati alle procedure d’infrazione europee, molto spesso gli emendamenti non vengono semplicemente suggeriti ai parlamentari: vengono materialmente scritti da soggetti esterni che rappresentano interessi organizzati.
Questo è un problema serio.
Naturalmente è legittimo che categorie economiche, associazioni o rappresentanti di interessi facciano sentire la propria voce. Il problema nasce quando il confine tra attività di rappresentanza e produzione delle norme diventa sempre più sottile. In alcuni casi è la stessa maggioranza di governo a porre un limite a queste richieste. Se una misura comporta nuove spese, il Ministero dell’Economia può opporsi perché deve garantire l’equilibrio dei conti pubblici. Questo rappresenta, almeno in parte, un elemento di controllo.
Ma ci sono molte altre norme che, almeno apparentemente, non producono costi immediati per lo Stato. È proprio in questi casi che diventa più semplice intervenire attraverso proroghe, deroghe o modifiche legislative che favoriscono interessi specifici. Uno degli esempi più significativi riguarda proprio i tentativi di prorogare ulteriormente le concessioni balneari.
È stato proposto di giustificare nuove proroghe facendo riferimento all’erosione delle coste e ai danni provocati dagli eventi meteorologici eccezionali che hanno interessato diverse regioni italiane. L’idea era quella di consentire agli attuali concessionari di proseguire l’attività fino al 30 settembre 2030, presentando la misura come necessaria per garantire la continuità degli investimenti e la messa in sicurezza delle aree costiere.
Quel tentativo, alla fine, non è andato a buon fine. Tuttavia dimostra quanto sia forte la pressione esercitata affinché continuino a essere approvate norme che rinviano l’applicazione delle regole europee sulle concessioni.
Questo è, a mio avviso, il risultato di un problema più profondo: molto spesso le leggi non vengono realmente scritte dalla politica, ma da chi ha la capacità di incidere sul processo legislativo rappresentando interessi specifici. Credo che questo dipenda anche dal fatto che, in Italia, manca ancora una disciplina organica dell’attività di lobbying. Proprio perché non esiste una normativa chiara, chi rappresenta interessi privati può muoversi all’interno delle istituzioni con strumenti che sono perfettamente legittimi, ma che spesso rimangono poco trasparenti.
Per questo penso che il tema non riguardi soltanto ciò che accade dentro il Parlamento. Riguarda anche la capacità della società civile, delle associazioni, dei territori e dei cittadini di organizzarsi e di portare nelle istituzioni proposte alternative, in grado di controbilanciare il peso degli interessi economici più forti. Se una parte è presente, organizzata e capace di incidere concretamente sulla scrittura delle norme, mentre l’altra si limita a protestare quando le decisioni sono già state prese, il risultato rischia di essere inevitabilmente sbilanciato.
Questo, in fondo, era il senso del mio intervento. Non tanto discutere nel merito delle concessioni balneari, quanto mostrare come si costruiscono le decisioni pubbliche e quali soggetti riescono davvero a influenzarle. Naturalmente questi meccanismi possono avere conseguenze molto concrete anche sui territori. Penso, ad esempio, al caso di Bagnoli. Non entro nel merito delle scelte urbanistiche, perché il dibattito è ancora aperto e molti aspetti devono essere definiti. Tuttavia è evidente che, quando si parla di interventi di dimensioni così rilevanti, è necessario interrogarsi su chi partecipa realmente ai processi decisionali e con quali strumenti.
Negli ultimi mesi si è parlato di grandi progetti di investimento, dell’ordine di circa un miliardo di euro, destinati ad alcune aree strategiche del Paese, tra cui Milano e Bagnoli. Non sappiamo ancora quale sarà l’esito definitivo di questi progetti né quali decisioni verranno formalmente assunte, ma è evidente che interventi di questa portata avranno un impatto significativo sul territorio. Proprio per questo ritengo fondamentale che il confronto pubblico sia il più possibile trasparente e che le comunità locali possano partecipare consapevolmente alle decisioni che le riguardano.
Quando si muovono investimenti di queste dimensioni, è inevitabile che entrino in gioco interessi molto rilevanti. Ed è proprio in questi casi che diventa ancora più importante comprendere come si formano le decisioni pubbliche, chi contribuisce a scrivere le norme e quali strumenti di controllo democratico esistono.
Mi fermo qui. Grazie per l’attenzione.
– Alex Giuzio: giornalista: “Tra pubblico e privato. Abusi, conflitti e trasformazioni ambientali lungo le coste italiane”
Ringrazio per l’invito e per l’opportunità di intervenire su un tema che riguarda il rapporto tra gestione del territorio, interessi economici e tutela ambientale.
Il mio sguardo si concentra sul sistema delle concessioni in generale: concessioni balneari, porti turistici e altre forme di utilizzo privato del demanio marittimo. Il modello italiano è caratterizzato da una gestione fortemente privatistica, con un numero di concessioni particolarmente elevato rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei.
Esiste però una specificità italiana: molti servizi che altrove vengono garantiti direttamente dallo Stato – come il servizio di salvataggio, la pulizia delle spiagge e parte della manutenzione del litorale – sono spesso affidati ai concessionari privati. Ci troviamo quindi di fronte a un modello differente rispetto a quello prevalente in Europa.
L’attuale dibattito sulle concessioni balneari e sull’applicazione della direttiva Bolkestein rappresenta un’occasione importante per interrogarsi sul futuro delle nostre coste. Tuttavia, il confronto pubblico tende spesso a concentrarsi soltanto sugli aspetti economici, trascurando il valore ecologico e ambientale delle spiagge.
La spiaggia non è soltanto una risorsa economica: è un ecosistema complesso. Per comprendere le trasformazioni avvenute lungo le coste italiane occorre partire da un elemento apparentemente semplice: la vegetazione spontanea.
Le piante che crescono sulle spiagge sabbiose svolgono una funzione fondamentale. Contribuiscono alla formazione delle dune costiere, habitat di straordinaria importanza ecologica, che rappresentano una difesa naturale contro l’erosione marina, costituiscono un serbatoio di biodiversità e favoriscono la stabilità dell’intero ecosistema costiero.
Si tratta di specie perfettamente adattate a condizioni ambientali estreme: scarsità d’acqua, forte irraggiamento solare, elevata salinità e temperature molto elevate. Nel corso dell’evoluzione hanno sviluppato apparati radicali profondi e particolari adattamenti morfologici che consentono loro di sopravvivere in un ambiente apparentemente ostile.
Tuttavia, lo sviluppo turistico e l’urbanizzazione hanno portato alla progressiva eliminazione di questi habitat. Alberghi, stabilimenti balneari e infrastrutture hanno spesso sostituito dune e vegetazione spontanea. La spiaggia naturale è stata progressivamente trasformata in uno spazio artificiale, ordinato e uniformato secondo un’immagine estetica che non corrisponde alle sue caratteristiche originarie.
Il modello di sviluppo turistico nato sulla Riviera romagnola si è progressivamente esteso ad ampie porzioni del litorale italiano. Questa trasformazione ha contribuito a diffondere un’idea di spiaggia completamente diversa dalla sua configurazione naturale: una superficie piatta, priva di vegetazione e fortemente antropizzata.
In realtà esistono esempi di convivenza tra attività turistiche e tutela ambientale. In alcune aree italiane è ancora possibile osservare la coesistenza tra stabilimenti balneari, spiagge libere e sistemi dunali ben conservati.
In diverse regioni sono inoltre stati avviati progetti di rinaturalizzazione e di recupero delle dune costiere. Un caso emblematico è rappresentato dalla spiaggia del Poetto a Cagliari, dove negli ultimi anni sono stati promossi interventi finalizzati alla ricostruzione degli ecosistemi dunali. Le piante, trattenendo la sabbia trasportata dal vento, consentono infatti la progressiva ricostituzione delle dune.
Secondo alcune stime, in Italia erano presenti circa 1.200 chilometri di cordoni dunali lungo le coste sabbiose. Oggi ne rimane meno della metà. In alcune regioni la riduzione è stata particolarmente drastica. L’Emilia-Romagna, ad esempio, è passata da circa 60 chilometri di sistemi dunali a meno di 20 nel giro di pochi decenni. La distruzione di questi ecosistemi ha contribuito in maniera significativa all’erosione costiera e alla crescente vulnerabilità dei litorali.
La costa italiana è uno degli spazi più urbanizzati del Paese. Il termine “riminizzazione” è stato utilizzato per descrivere il processo di intensa urbanizzazione finalizzato ad accogliere i flussi turistici stagionali. Molte località balneari vedono la propria popolazione aumentare enormemente durante i mesi estivi, con un conseguente incremento della pressione sulle infrastrutture e sugli ecosistemi. La fascia compresa tra zero e trecento metri dalla linea di costa presenta livelli di edificazione molto superiori rispetto al resto del territorio nazionale.
L’erosione costiera rappresenta una delle principali emergenze ambientali del Paese.
In Italia sono presenti circa 3.400 chilometri di coste sabbiose e migliaia di concessioni demaniali marittime, tra cui oltre settemila stabilimenti balneari. Negli ultimi anni si è assistito a un aumento degli interventi di ripascimento e alla costruzione di opere di difesa costiera. Tuttavia, molte di queste infrastrutture producono effetti contraddittori: trattengono la sabbia in alcuni tratti di costa, ma ne favoriscono la perdita in altri. Per questo motivo si parla sempre più spesso di una vera e propria “guerra della sabbia”. I costi degli interventi sono in continuo aumento e le risorse pubbliche vengono spesso indirizzate verso la protezione delle aree a maggiore rilevanza turistica.
La tutela ambientale non deve essere considerata in opposizione al turismo. Al contrario, la conservazione degli ecosistemi costieri rappresenta una condizione indispensabile per la sopravvivenza stessa dell’economia turistica. Senza spiagge, senza dune e senza biodiversità, viene meno l’attrattività dei territori.
Per questo motivo è necessario promuovere politiche di rinaturalizzazione, aumentare la resilienza degli ecosistemi costieri e ripensare i criteri di assegnazione delle concessioni. L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente decidere chi gestisce una porzione di spiaggia, ma individuare modelli di gestione capaci di garantire la conservazione del patrimonio naturale e il perseguimento dell’interesse collettivo.
Grazie.
–
Stefania Ragozino: prima ricercatrice CNR-IRISS: “Mare Libero Napoli e lo PSUGO Urban Living Lab: apprendere con i movimenti politici”
Buonasera a tutte e a tutti.
Come è stato detto, grazie al Comitato per questo invito. Ci ritroviamo qui per la seconda volta, perché rappresento un gruppo, non sono sola, del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Io sono urbanista e mi occupo non tanto di piani, ma di relazioni: relazioni tra le persone, relazioni tra le persone viventi e tutta la complessità che può esserci nelle città.
Quello che presento oggi è un’opportunità che si è posta rispetto a una serie di lavori che abbiamo già fatto, come Consiglio Nazionale delle Ricerche e come rete dei beni comuni, a partire da un’occasione di finanziamento che è stata in qualche modo condivisa con Mare Libero Napoli. È un’esperienza locale che avevamo già presentato l’anno scorso a Napoli. Allora eravamo in una fase assolutamente iniziale, di prima esplorazione: era proprio l’avvio del nostro Urban Living Lab. Presentavamo quello che il Comitato Mare Libero aveva già fatto, perché il Comitato aveva già iniziato a mappare tutta una serie di criticità e di elementi della linea di costa da Bagnoli a San Giovanni.
Oggi sono qui alla fine dell’Urban Living Lab, quindi siamo in grado di dare i primi risultati. Sono ovviamente i risultati di un lavoro non esaustivo, ma che ha messo una serie di semi sul terreno.
Ovviamente sapete che, come Consiglio Nazionale delle Ricerche, non abbiamo fondi strutturali per la ricerca. Tutto quello che facciamo dobbiamo farlo perché abbiamo acquisito fondi tramite bandi competitivi: europei, internazionali, locali, regionali e così via. Sulla scorta di un approccio che nel mio istituto portiamo avanti da tempo, cioè quello di lavorare con le comunità e di fare urbanistica insieme agli attori del territorio, abbiamo provato a mettere insieme un’opportunità di finanziamento con una questione reale della città.
Al centro del Living Lab è stata posta la questione dell’accessibilità al mare, in particolare dentro un progetto sull’educazione. Il target erano gli studenti: l’obiettivo era abilitarli rispetto alle competenze partecipative su questioni urbane complesse e creare soluzioni rispetto a problemi reali. Quello che è stato fatto, in maniera anche molto sperimentale, è stato coinvolgere, oltre ai soggetti tradizionali della ricerca – quindi il Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Dipartimento di Architettura – anche il gruppo di ricerca, il Comitato Mare Libero e il bene comune Lido Pola.
Oltre a questi soggetti, sono stati coinvolti studenti provenienti da diversi contesti disciplinari e con numerose esperienze sul campo all’interno della rete dei beni comuni napoletani. Per chi non lo sapesse, questa rete è in grande fermento e rappresenta un unicum nazionale rispetto all’uso civico e collettivo e alle possibilità che si stanno sperimentando in Italia. Il Living Lab è
stato quindi dedicato proprio alla questione dell’accessibilità al mare.
Abbiamo lavorato non tanto in collaborazione dall’alto, ma in auto-organizzazione: qualcosa di più della semplice collaborazione, in tutte le fasi della ricerca. Già nella definizione degli obiettivi e dei valori comuni del laboratorio, dato che eravamo un soggetto estremamente ibrido – non solo ricerca, non solo attivismo – è stato necessario dedicare tempo a capire chi fossimo. Anche nelle fasi successive, di esplorazione, sperimentazione, co-creazione, messa in vetrina, disseminazione dei risultati e valutazione, tutto è stato fatto insieme.
Ovviamente questo ha richiesto tanta energia, tanta pazienza e tanta voglia di fare le cose insieme, perché non è stato assolutamente facile. Ci siamo incontrati per dieci mesi, una volta a settimana, nella sala riunioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche, abitando quel luogo con cura, pazienza e attività.
Quali erano le basi teoriche che abbiamo messo alla base di questo lavoro? Prima di tutto l’apprendimento collaborativo: cioè capire come far lavorare insieme il mondo della ricerca e il mondo dei beni comuni. Non è una cosa scontata, perché sono due mondi di partenza molto diversi e non sempre vicini. Dai beni comuni abbiamo recepito, anche perché li studiamo, l’idea di everyday politics: quella routine quotidiana del fare politica propria dei movimenti, che non è affatto banale.
Abbiamo poi assunto la questione dei beni comuni napoletani e della gestione collettiva delle risorse pubbliche: esiste infatti un modello alternativo alla gestione tradizionale delle risorse pubbliche. C’era inoltre l’intenzione di rafforzare sempre più l’idea del mare come bene comune e di utilizzare lo strumento della mappatura critica. Non una mappatura intesa solo come strumento tecnico, ma come strumento politico. Mappiamo determinate cose perché hanno un significato e perché vogliamo che diventino materiale utile a far accadere altre cose.
La prima cosa che abbiamo fatto, per avviare un dialogo e capire cosa avesse già fatto il Comitato, è stata ricostruire le relazioni tra il mondo dell’attivismo, il Comitato e tutta la normativa, dal livello locale fino a quello europeo. Ci siamo chiesti: perché accadono certe cose? Come si fa a cambiare il meccanismo? Perché il Comitato riesce, con un ricorso al TAR, a scardinare quello che dovrebbe essere un diritto? Questo è stato il primo passaggio. Abbiamo costruito una timeline molto ampia, di cui qui mostro solo un estratto, perché non era possibile presentarla per intero.
Come secondo passaggio, abbiamo prodotto un manifesto dell’Urban Living Lab, perché era necessario dirci chi eravamo. La nostra visione era quella di riconoscere formalmente le aree costiere e liminali come veri beni comuni, come già dicevo, e di rafforzare la questione della godibilità collettiva di queste aree. Per noi era fondamentale, tenendo insieme studenti, comitati e ricerca, condividere la conoscenza. Ognuno di noi portava un tipo di conoscenza diversa e tutti siamo usciti trasformati, nelle forme che abbiamo attraversato, da quello che abbiamo fatto. Siamo tutti un po’ cambiati.
Tutto questo si basa sull’approccio della ricerca-azione, che vuol dire stare nei territori come ricercatori e agire insieme con le persone del territorio. Durante la fase di esplorazione abbiamo costruito una griglia che, dopo molto tempo, siamo riusciti a definire. Ci siamo chiesti: quali dimensioni, criteri e variabili utilizzare per mappare la linea di costa da Bagnoli a San Giovanni? Per esempio, rispetto a tutti i punti di accesso di queste aree liminali, abbiamo analizzato:
| Dimensione | Domande di analisi |
|---|---|
| Proprietà del varco | Di chi è il punto di accesso? È pubblico, privato, misto? |
| Modalità di accesso | Come si accede al mare? L’accesso è libero, limitato, negato? |
| Gerarchie di accesso | Quanti livelli di accessibilità negata esistono prima di arrivare al mare? |
| Barriere e vincoli | Ci sono cancelli, recinzioni, ostacoli, rampe, strutture che impediscono o condizionano l’accesso? |
| Tipologia di suolo | Si tratta di spiaggia, scoglio, banchina, cortile, area in legno? |
| Condizioni ambientali | Ci sono scarichi? Che tipo di ambiente è presente? |
| Balneabilità | Qual è il grado di balneabilità? Cambia in base alle condizioni meteorologiche o ambientali? |
| Modalità di gestione | Chi gestisce l’area e secondo quali regole? |
A Napoli, per esempio, può capitare che ci sia un primo varco, poi un parco privato, poi un’abitazione privata e infine il mare. Quindi ci siamo chiesti quanti livelli di accessibilità negata esistano per ciascun tratto di area liminale rispetto alla costa. Per quanto riguarda la balneabilità, naturalmente questa cambia anche in base alle condizioni: a Napoli, per esempio, dopo la pioggia è bene non fare il bagno per qualche giorno, a causa degli scarichi e di quello che la pioggia porta con sé. Questo è stato un lavoro che può sembrare tecnico, ma in realtà è stato tecnico, corale e anche molto affettivo. Per confrontarsi con questi temi è servito molto tempo.
Da questo lavoro è venuta fuori una mappa della godibilità di tutta la costa. Abbiamo analizzato area per area, guardando a tutti i livelli e criteri di cui parlavo prima, e abbiamo costruito una sorta di ranking delle aree. Non lo abbiamo fatto per dire che un’area è più bella di un’altra, ma per capire, a Napoli, quale sia la dimensione di questa situazione drammatica.
Tra i casi più problematici ci sono Bagnoli e San Giovanni. Sono due aree della città in cui si potrebbe immaginare un rapporto diverso con il mare, ma dove la situazione è estremamente complessa. Al centro, invece, c’è il Lido Mappatella. Per chi non è di Napoli: guardando il Lungomare si vede un affaccio apparentemente libero sulla spiaggia. Per noi è una delle situazioni migliori; a Napoli è quasi un’eccellenza. Tuttavia, rispetto ai criteri che abbiamo adottato, non raggiunge il livello massimo, ma soltanto un livello “buono”. Questo significa che, considerando insieme accessi, balneabilità, uso del suolo, diritti di proprietà e altre variabili, anche un contesto che appare molto accessibile non raggiunge comunque una condizione pienamente soddisfacente.
Da questa mappatura sono emersi una serie di dati. Alcuni erano dati che il Comitato aveva già raccolto; noi siamo riusciti a definirli meglio insieme, a dettagliarli e a organizzarli ulteriormente rispetto a ciò che già si sapeva. I dati sono pubblicati e disponibili, perché tra i nostri doveri, come ricercatori nell’ambito di progetti pubblici, c’è quello di rendere accessibile ciò che raccogliamo. È stato creato un sito dove si può vedere cosa è successo in questo Living Lab, ma anche negli altri progetti e Living Lab in corso. Una sezione è dedicata a Mare Libero, e lì è possibile leggere in forma narrativa ciò che è accaduto e ciò che abbiamo vissuto. È stato inoltre prodotto un sistema informativo territoriale online. Interrogando la mappa e accendendo o spegnendo i diversi criteri e le diverse dimensioni che abbiamo mappato, è possibile viaggiare lungo la costa.
C’è anche un documentario che racconta il progetto.
Dal Living Lab sono nate anche una serie di esperienze, perché, come dicevo, è stata un’esperienza professionale e di ricerca, ma anche una relazione tra ricerca e attivismo, e soprattutto un’esperienza umana importante. Per esempio, da pochi giorni si sono laureate due giovanissime architette proprio sul diritto al mare e sulla zona di San Giovanni. Abbiamo inoltre lavorato con Mattia Crocetti, Giulia Ricordi e altri collaboratori per mettere a disposizione e valorizzare il patrimonio fotografico e narrativo che Mattia e Giulia costruiscono da anni su questo progetto.
Abbiamo avuto anche una serie di conferme del fatto che, più o meno, stiamo facendo bene le cose: articoli scientifici, riconoscimenti rispetto alla didattica e anche il fatto stesso di essere qui. Per chi fa ricerca, ricevere l’amicizia e l’abbraccio di un comitato – e io mi sento abbracciata dal Comitato Mare Libero – è una conferma importante che il lavoro sta andando nella direzione giusta. Naturalmente tutto è sempre migliorabile.
Un altro risultato importante è che nel mio istituto di ricerca, che sta attraversando una fase di transizione importante ma che da sempre svolge attività di ricerca non tradizionale, si concluderà un ciclo di seminari sui beni comuni e sui valori comuni, dedicato al tema del mare. Giovedì prossimo, il 25 giugno, saremo in Villa Comunale, alla Fondazione Dohrn. Ci sarà Danilo con noi e ne siamo molto contenti; ci sarà anche Lorenzo per il comitato locale. Il tema, quindi, ha trovato un grande interesse nel nostro istituto, nella ricerca e nell’accademia. Questa non è una cosa da poco.
Ci sono anche risultati indiretti del progetto: nuove proposte progettuali, perché mentre lavoravamo già cercavamo altri fondi. Purtroppo, senza fondi, spesso si lavora gratuitamente, e non sempre è possibile farlo. Sono nate relazioni professionali, ma soprattutto relazioni umane: amicizie, connessioni molto belle. Una cosa di cui parlavamo all’inizio dell’Urban Living Lab è che, secondo me, Mare Libero ha iniziato a uscire – anzi, possiamo dire che è già uscito – dalla stigmatizzazione del comitato che va solo a “scocciare”, quello dei “no”. Al contrario, si consolida come attore politico.
Questo lo posso dire con convinzione.

