Conferenza Mare Libero 2026 – 2: esperienze istituzionali locali

La conferenza annuale di Mare Libero APS,  anche quest’anno svoltasi a Napoli, nella cornice di un grave dissesto ambientale come quello di Bagnoli,  è uno spazio di confronto pubblico sul futuro delle coste italiane, intese come luoghi centrali per l’esercizio di diritti fondamentali, per la tutela degli ecosistemi e per la costruzione di nuove forme di accesso equo e democratico al mare. La costa è assunta come un bene pubblico scarso e vulnerabile, oggi attraversato da profonde tensioni ambientali, sociali e spaziali, che rendono urgente ripensarne le modalità di gestione e di progetto.

La conferenza, presentata e moderata da Klarissa Pica,  si è articolata in quattro momenti principali. Nel primo la costa come bene fragile, nel secondo le  esperienze istituzionali e locali: sia  virtuose, sia  esempi da non seguire. In particolare abbiamo avuto con noi il sindaco di Bacoli, Josi Gerardo Della Ragione, il sindaco di Spotorno, Mattia Fiorini, e l’ex Assessore al demanio e all’urbanistica del Comune di Rimini,  Roberto Biagini,  attuale membro del consiglio direttivo di Mare Libero ed ex presidente di Mare Libero. Nel terzo e quarto momento, la costa come bene conteso e bene pubblico.

Insomma, esperienze diverse, contesti geografici diversi. Abbiamo visto come l’Italia, dal punto di vista della geografia costiera e delle concessioni balneari, presenti una situazione molto variegata: ci sono comuni in cui le percentuali di costa occupate da stabilimenti sono davvero paradossali, con una quota di spiaggia libera ridottissima — Napoli e la Campania, in questo, sono un esempio emblematico. Ciononostante esistono esperienze di alcuni comuni che vanno in controtendenza, che cercano di guardare alla costa in maniera diversa e di agire per la riconquista del diritto di accesso al mare: esperienze che vanno nella direzione di una nuova, per così dire, ridemocratizzazione delle coste. Proviamo dunque a capire in che modo questi comuni sono riusciti a raggiungere tali obiettivi, cosa si può fare e cosa non andrebbe fatto.

Josi Gerardo Della Ragione: Sindaco di Bacoli “Spiagge libere: tra diritti, doveri e coraggio”

Grazie, grazie. Innanzitutto buongiorno a tutti, grazie a voi per l’invito.

Sono stato qui un bel pò di anni fa, credo in una sala di sopra, per un’iniziativa sempre sul tema dei beni pubblici, dei beni comuni. E finché Napoli, la nostra provincia, avrà spazi come questi — luoghi di vera democrazia — esisterà la speranza di avere un controllo dal basso, di comunità, dove le istituzioni provano a dare un contributo concreto. Posso dire che è assolutamente possibile far partire esperienze di mobilitazione dal basso, come quella che portate avanti anche voi, e riuscire a entrare nei municipi, nelle amministrazioni pubbliche e locali, facendo sì che i ragionamenti che si fanno qui siano capaci di condizionare e cambiare la vita e il corso di una città, di un territorio.

Bacoli è un comune che credo conosciate, a due passi da qui: una città di 13 km², 25.000 abitanti in inverno che, in estate, in giornate come queste, arrivano — dati alla mano del piano urbano del traffico — dalle 70.000 alle 100.000 persone, che raggiungono le nostre spiagge, i nostri locali, e vivono il territorio. Come ho detto più volte, anche in un’esperienza di cui vi parlerò a breve, io mi sento sindaco — e credo si debba sentirsi sindaco in questo modo — non solo dei residenti, ma di tutti coloro che scelgono di vivere, anche solo per un giorno, la città che ho il piacere di governare. Questo significa riuscire a garantire quanti più servizi pubblici possibili, aperti a tutti, per una comunità vasta e ampia. Lo dico in un luogo che parla tanto di mare e di demanio: un comune che ha la fortuna di affacciarsi sul mare ha anche la possibilità di conquistarlo davvero, quel mare, perché una cosa è avere il mare, un’altra è viverlo — sono due cose totalmente differenti.

Se passeggiate a Miseno — che credo sia un pezzo dell’anima di tutti i cittadini di Napoli, e non solo — dall’incrocio di via Miseno, e giù, camminando per tutta Miseno fino a Capo Miseno, non vedrete mai il mare. Eppure Miseno è un luogo circondato dal mare per tre quarti del suo perimetro: è quasi un’isola dei Campi Flegrei, collegata alla terraferma da un sottile lembo di terra. Ma passeggiando a Miseno non vedrete mai il mare. E non succede solo lì: accade in tanti altri tratti della nostra costa, dove il mare è, diciamo, teoricamente visibile, ma di fatto precluso alla fruizione, per effetto di processi che si dividono in due filoni, che a Bacoli stiamo vivendo e sto osservando da vicino. Il primo è un processo di illegalità diffusa che si sta però trasformando in legalità: a Bacoli le concessioni del demanio marittimo scadute il 31 dicembre 2023 erano state assegnate 25 anni fa, non tramite un bando pubblico, non tramite un avviso che mettesse in competizione più soggetti scegliendo la realtà più virtuosa dal punto di vista sociale, occupazionale e lavorativo.

Le concessioni, a Bacoli, 25 anni fa, furono assegnate — non a voce, ma per iscritto, con delibera di Consiglio Comunale — a chi poteva fregiarsi del titolo di “abusivo storico”, scritto proprio così nella delibera. Cioè: chi aveva più volte ricevuto, a fine estate, il verbale della Capitaneria di Porto per occupazione abusiva di un pezzo di spiaggia, si è visto quelle stesse denunce e quelle stesse multe trasformarsi in titolo per ottenere la concessione. Comprenderete allora che chi ha ottenuto la spiaggia in questo modo, chi ha ottenuto il mare in questo modo, continuerà a viverlo così: in termini clientelari, padronali, di legame stretto con il politico di turno. E quindi non si porrà mai il problema di aprire quella spiaggia alla comunità, perché non l’ha ottenuta attraverso un processo pubblico, ma attraverso un processo chiaramente clientelare; e anche quando cambieranno gli amministratori, si continuerà ad accontentare i desideri di quel singolo amministratore o di quel singolo assessore, perché si è imparato che funzionava così.

Cambiare questa logica non è semplice, ma va fatto. Aggiungo che a questa categoria si affianca anche quella degli abusivi di fatto [passaggio ricostruito, senso generale]: chi non è mai riuscito a ottenere nemmeno un pezzo di carta per un pezzo di demanio, ma ha comunque beneficiato di un silenzio diffuso — il silenzio di chi, ogni volta che ci si è posti il problema di come trattare un privato che occupava un pezzo di demanio, un pezzo di città, ha risposto, dagli uffici come da altre istituzioni pubbliche: “è sempre stato così”. E come se non bastasse, in alcuni casi si è arrivati persino a formalizzare un titolo.

C’è poi, a Bacoli, un altro capitolo, che riguarda un modello di gestione del demanio marittimo tutto particolare: quello dato ai militari. È quanto di più spiacevole possa accadere, soprattutto in una fase storica in cui gli amministratori hanno finalmente lo strumento per mettere fine allo scempio degli ultimi decenni, cioè la direttiva Bolkestein. A Bacoli la stiamo attuando — vi dirò tra poco come — ma per un pezzo di città non piccolo: parliamo di oltre 120.000 metri quadrati di demanio, 120.000 metri quadrati di città, sottratti alla collettività perché considerati aree logistiche di preminente interesse nazionale per la difesa del Paese. Interesse nazionale per la difesa uguale stabilimento balneare privato? Perché oggi quei siti militari sono di fatto gestiti da privati, che fanno business. E allora — io non guardo molto la televisione, mi informo ma non sono così aggiornato — se all’ultimo G7 tenutosi in Francia si è discusso di puntare su armi, missili o droni [riferimento non del tutto chiaro nella registrazione], mi chiedo se gli ombrelloni di quegli stabilimenti “militari” diventeranno anch’essi materiale bellico. Perché se no, a Bacoli abbiamo cinque stabilimenti che non sono cinque stabilimenti militari, ma cinque siti spacciati per logistica militare — e non è così.

Questo pezzo di città ci viene negato. A quel punto, nel piano che abbiamo adottato in giunta, abbiamo deciso di sfidare questa logica assurda dicendo che quel pezzo di città non deve diventare l’ennesimo stabilimento balneare, ma deve diventare spiaggia libera — libera davvero. È arrivata, l’altro giorno, una nota del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, tramite la Capitaneria di Porto di Napoli, che ci dice che su quell’area non possiamo decidere nulla perché è sottratta alla nostra giurisdizione: un pezzo di città sottratto alla gestione del territorio. L’idea che il Consiglio Comunale rivendichi la gestione di questo pezzo di territorio non riguarda un dettaglio marginale: sono 120.000 metri quadrati di città, e faremo di tutto per restituirli ai cittadini. Non è ammissibile che, dopo anni di possesso irregolare di questi spazi, una struttura pubblica che voglia gestire un’area demaniale debba ottenere la “consegna dell’area” dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti — consegna che, quando il fine è istituzionale e pubblico (e quindi si ritiene che l’interesse istituzionale prevalga sulla fruizione libera), per queste aree occupate dal 1955 richiede in media 7-8 mesi. Pensate che il primo stabilimento militare realizzato fu quello della NATO, sul lungomare di Miliscola, dove oggi si trovano un presidio dell’Aeronautica Militare, i Vigili del Fuoco e la Guardia di Finanza: tutti insediati lì da tempo, senza che nessuno avesse mai ricevuto formalmente la consegna dell’area. Ma quando, lo scorso dicembre, abbiamo affisso i cartelli “spiaggia libera”, in meno di un mese è arrivata la consegna dell’area da parte del Ministero. Su questo diniego relativo ai 120.000 metri quadrati abbiamo deliberato, nell’ultimo Consiglio Comunale, di fare ricorso [sede e dettagli del ricorso da verificare], convinti che il Comune di Bacoli rappresenti meglio l’interesse della comunità rispetto alla posizione del governo centrale e del Ministero delle Infrastrutture guidato da Salvini.

Per quanto riguarda invece le concessioni ai privati, abbiamo avviato un processo molto semplice: una ricognizione dei volumi. La stragrande maggioranza delle strutture che si vedono sul lungomare di Bacoli sono classificate, sulla carta, come “amovibili e di facile rimozione” — anche quando si tratta, di fatto, di veri e propri edifici. Poiché sono classificate come di facile rimozione, abbiamo inviato una nota a tutti i concessionari demaniali comunicando che, entro 60 giorni, devono eliminare tali strutture, per permettere l’attuazione del nuovo piano di utilizzo del demanio marittimo [sigla non chiaramente intelligibile nella registrazione: verificare la denominazione ufficiale] che abbiamo adottato in giunta e che porteremo, con qualche difficoltà ma con la ferma intenzione di riuscirci, in Consiglio Comunale.

Abbiamo deciso di fare questo perché Bacoli non arriva al 15% di spiaggia libera realmente fruibile dalla comunità — forse anche meno. La norma nazionale prevede almeno il 20% di spiaggia libera e libera attrezzata, e l’attuale piano regionale ha portato questa soglia al 30%: una percentuale già importante. Come comunità, però, abbiamo deciso di andare oltre, dopo un tempo lunghissimo in cui la città ha dovuto vivere il proprio demanio come merce di scambio elettorale, come un luogo in cui il diritto storico dell’abusivo pesava più del diritto del cittadino che voleva semplicemente fare il bagno. Con il nuovo piano adottato in giunta abbiamo previsto, tra spiaggia libera e spiaggia libera attrezzata, oltre l’81% di spiaggia da fruire liberamente da parte della comunità: un segnale di grande rottura con il passato, tutt’altro che scontato. Dobbiamo anche ringraziare la direttiva Bolkestein, che ha finalmente messo alle strette il governo centrale: è vero, sono state concesse proroghe fin dove possibile, ma è stato comunque fissato un paletto definitivo rispetto alla necessità di cambiare le cose. Non sarà semplice, non è semplice.

Negli scorsi anni, a Bacoli, abbiamo liberato il lungomare di Casevecchie: 8.000 metri quadrati di spiaggia completamente occupati da capannoni e baracche abusive, recintati con filo spinato, cancelli e persino citofoni — per fare il bagno bisognava citofonare. Dopo una prima diffida rimasta senza esito, siamo intervenuti con le ruspe: abbiamo citofonato per avvisare che stavamo arrivando e abbiamo abbattuto tutto. Non è, sia chiaro, lo spirito da “ruspa” di leghista memoria [espressione ricostruita]: è la volontà di liberare questi spazi. In parallelo abbiamo avviato, proprio lì vicino, i lavori del PNRR per i nuovi ormeggi regolari: gli ormeggi verranno spostati, e i lavoratori che utilizzavano baracche e capannoni come base d’appoggio per la propria attività potranno, attraverso concessioni regolari, usufruire del polo nautico che stiamo realizzando con i fondi del PNRR, a servizio del porto turistico di Casevecchie. La gestione del porto, oggi affidata in modo confuso tramite concessioni demaniali assegnate senza una vera logica — perché a Bacoli non esisteva un piano degli ormeggi, se non per il solo tratto di Miseno — l’abbiamo pianificata in modo organico fin dal 2024, programmando anche a mare ciò che va fatto. Con il nuovo piano avremo due porti turistici: uno a Baia e uno a Miseno.

A Baia libereremo l’area oggi occupata dai natanti, che arrivano a invadere parte del parco archeologico sommerso — la principale risorsa di quell’area, il più grande parco archeologico sommerso al mondo di epoca romana. Un patrimonio che dobbiamo, paradossalmente, anche al bradisismo: senza il bradisismo, infatti, la città romana di Baia non sarebbe finita sott’acqua, e oggi sarebbe probabilmente cementificata dall’abusivismo edilizio. In un certo senso, il mare l’ha preservata. Noi la difenderemo liberando quello spazio: i natanti saranno ricollocati poco distante, in porti a gestione pubblica e comunale, e i fondi recuperati dalla gestione portuale saranno destinati a finanziare la gestione dell’81% di spiaggia libera. Perché si dice che la spiaggia gestita liberamente dal Comune sia sinonimo di degrado e di carenza di servizi quando mancano i fondi: ma i fondi li recupereremo proprio dalle aree oggi in gestione agli stabilimenti balneari, per finanziare i servizi — bagni, docce, servizi minimi essenziali, ombrelloni, sdraio. Così chi frequenterà le spiagge libere di Bacoli troverà comunque dei servizi, finanziati sempre con i fondi del demanio: è un circolo virtuoso, in cui le risorse ricavate dal demanio servono a permettere a tutti di vivere il mare e la spiaggia.

Non voglio dilungarmi oltre: vi ringrazio per avermi dato di nuovo l’opportunità di raccontare, in questo luogo, quello che stiamo facendo. Non sono processi banali, né semplici, perché a volte ci si confronta con situazioni davvero surreali — come quando, di recente, con la Regione Campania ho dovuto prendere atto che, per qualcuno, il Comune non dovrebbe occuparsi della gestione degli spazi demaniali assegnati ai militari; o come quando ci si trova davanti l’abusivo che non vuole andarsene, o che addirittura pretende di rivendere abusivamente ciò che occupa, sentendosi ormai “padrone”. Ogni volta ci si rende conto di quanto la situazione sia complessa. Eppure ripristinare un processo di legalità — dove la legge non sia funzionale a se stessa, ma al raggiungimento del vero obiettivo, quello della giustizia sociale — è, credo, la strada che tutte le amministrazioni locali che hanno la fortuna di affacciarsi sul mare dovrebbero seguire.

Chiudo su questo: se si pensa alle tre cose che caratterizzano la provincia di Napoli, c’è chi dirà il sole, il Vesuvio, la pizza [battuta ricostruita, verificare], e qualcuno dirà il mare — perché la provincia di Napoli, in fondo, è il mare. Ma se si considera che, dei 92 comuni della provincia, non più di 15 affacciano sul mare, la stragrande maggioranza dei comuni — e quindi la stragrande maggioranza dei cittadini che vivono nella provincia di Napoli, anzi in tutta la Campania — vive in comuni senza mare. Chi ha il mare ha il dovere di riuscire a restituirlo a tutti. Allora, quando mi si dice: “ma voi fate entrare chiunque a Bacoli, e i cittadini di Bacoli ne risentono” — certo, i cittadini di Bacoli vanno tutelati — ma io non sono sindaco solo dei cittadini di Bacoli: sono sindaco di tutti coloro che possono arrivare nella città di Bacoli.

Grazie a tutti, e buon appetito.

 

Mattia Fiorini: Sindaco di Spotorno (online): “Dal diritto al mare al futuro del turismo”

Innanzitutto grazie per l’ospitalità, e un saluto al collega Josi [Della Ragione]: ci siamo già incontrati in diverse occasioni, perché, come dice lui, viviamo una solitudine simile per certe scelte legate al demanio. Le nostre battaglie sono diverse nella forma, ma hanno un filo conduttore molto simile.

Questa solitudine non riguarda solo la politica nazionale, ma scende fino al livello comunale: anche noi, come rappresentanti del territorio — penso ai colleghi vicini, così come Josi — sperimentiamo, qui a Spotorno, una tendenza a non decidere, a non amministrare, perché è chiaramente più facile rispetto a quello che ha vissuto Giosi e a quello che vi racconterò. Qualunque amministratore che provi a mettere mano su queste situazioni si scontra con un interesse consolidato, durato tantissimi anni, ormai quasi assimilato alla proprietà privata: il rischio è che un bene pubblico venga trattato, di fatto, come un bene di famiglia, invece di restare un piccolo spiraglio di accesso per la collettività. Non posso che esprimere la mia vicinanza a Giosi per gli atti di vandalismo di cui è stato oggetto a Bacoli, che lo hanno costretto a installare telecamere di sorveglianza. Conosco purtroppo, per essere nella stessa condizione, il periodo e il momento che si vive: almeno tra colleghi che hanno scelto una strada giusta ma difficile, dobbiamo garantirci reciproca vicinanza.

Vi racconto un po’ quello che è successo a Spotorno, comunità costiera della Riviera ligure, che ha molte similitudini con quanto vissuto da Josi a Bacoli. Volevo però ringraziare Mare Libero per avermi dato spazio in questa quarta conferenza nazionale dedicata all’accesso al mare e alle coste, perché, per quanto la politica ci abbia lasciati in questa solitudine, devo dire che moltissime associazioni — Mare Libero in primis, ma anche altre realtà ambientaliste — hanno intensificato il loro sostegno e ci danno forza, insieme ai tantissimi cittadini silenziosi che apprezzano, non pubblicamente ma in privato, quello che stiamo facendo, proprio per il timore delle ritorsioni. Quello che abbiamo sperimentato non è stato solo un acceso confronto politico, ma attacchi continui fino a livello personale, per aver avuto — è emblematico — il coraggio di applicare semplicemente due leggi nazionali. Per una comunità costiera come la nostra, il tema dell’accesso al mare, e Mare Libero, non è un argomento astratto e distante: non è né uno slogan, né una discussione teorica. È il modo concreto in cui, ogni giorno, cerchiamo di immaginare il futuro dei nostri territori e della nostra economia.

Siamo partiti proprio da qui, come credo si sia sentito bene anche in questa conferenza nazionale di Mare Libero: il mare è di tutti. E dire “di tutti” significa, da un lato, che il libero accesso gratuito a questa enorme risorsa — non solo economica, ma ambientale e sociale — deve essere garantito a chiunque; dall’altro, come diceva anche il collega di Bacoli, significa che il mare deve tornare a essere elemento di pianificazione, di sviluppo turistico e sociale, perché fino a oggi è stato vissuto — complici tutti i governi che si sono alternati negli ultimi almeno vent’anni, da quando la direttiva Bolkestein è diventata qualcosa di concreto e oggi, grazie anche all’intervento dei tribunali che ne hanno riconosciuto l’altissimo interesse pubblico, va finalmente applicata — come un appannaggio, un beneficio di pochissime famiglie, e mai come una risorsa di tutti. A Spotorno, come a Bacoli, la spiaggia libera è ad oggi un miraggio: siamo vicini all’82% di arenile privato, in uno dei comuni della provincia di Savona, la peggiore della Liguria per percentuale di spiaggia libera. L’82% dell’arenile è privato; il restante 18% si divide tra il 3% di spiaggia libera attrezzata e il 15% di spiaggia libera. Quindi, per noi, dire che il mare è di tutti può sembrare una frase semplice, scontata; ma chi amministra un comune costiero sa benissimo cosa comporta, sia che la si voglia prendere sul serio — come a Spotorno, come a Bacoli — sia che la si voglia usare come semplice slogan senza fare nulla di concreto, come purtroppo accade in tanti comuni, in un momento storico in cui la direttiva Bolkestein da un lato, e l’applicazione delle leggi regionali che finalmente fissano una soglia minima di spiaggia libera dall’altro, offrono finalmente gli strumenti per farlo.

Per chi la prende sul serio, come noi, questo impegno va poi tradotto in qualcosa di concreto: la spiaggia libera non può essere un merito solo sulla carta, deve avere accessi, servizi, pulizia, regole, investimenti e controlli. E questo — nel modello che stiamo cercando di sviluppare a Spotorno — si può fare anche, e soprattutto, senza costi per la collettività, perché la spiaggia libera attrezzata, come abbiamo imparato in questi anni, può diventare essa stessa parte del motore economico della gestione delle spiagge: quel motore economico che oggi è appannaggio solo delle imprese balneari può essere messo al servizio della collettività, non solo per dare servizi gratuiti sulla spiaggia libera, ma anche per finanziare altri servizi pubblici gratuiti. A Spotorno, per fare un rapido calcolo, il 15% di spiaggia libera attrezzata, secondo la legge regionale ligure, può essere dato in concessione tramite gara, dietro un’offerta economica che, per la parte demaniale, viene girata allo Stato; mentre l’introito derivante dall’affitto e dallo sfruttamento delle strutture presenti su queste spiagge libere attrezzate resta alla collettività.

Solo per dare un’idea: l’introito che ricaviamo dalle nostre tre spiagge libere attrezzate è di circa 200.000 euro l’anno — una cifra che, per le dimensioni del Comune di Spotorno, basterebbe quasi ad azzerare IMU e IRAP. Lo dico solo per rendere l’idea di quanto questa risorsa economica potrebbe essere restituita ai cittadini: certo, nelle dimensioni attuali di Spotorno questi 200.000 euro non bastano da soli a coprire, senza costi per la collettività, tutti i servizi della spiaggia libera, ma ci consentono comunque di finanziare una buona parte dei servizi pubblici, reinvestendo per tutta la collettività quello che deriva dalla gestione di questi spazi. Tornando al percorso: uno dei passaggi più complicati — e qui non voglio soffermarmi troppo sullo scontro molto acceso che c’è stato, perché siamo in piena transizione dal 3% di spiaggia libera attuale al 40% minimo previsto dalla legge regionale, e potete immaginare quanto questo sia terreno di scontro politico e amministrativo — è stato gestire le proteste di chi, ad oggi, considera quello spazio come una proprietà propria: molti operatori balneari parlano apertamente di “esproprio”, come se si trattasse davvero di una parte di casa loro, quando invece si tratta della restituzione alla collettività di una concessione demaniale. Vorrei piuttosto ripercorrere il ragionamento da cui siamo partiti: la spiaggia di tutti, per rimettere mano al nostro modello turistico e farlo crescere. Partendo dalla situazione di casa nostra: a Spotorno, da una cinquantina d’anni, l’82% dell’arenile è dedicato agli stabilimenti balneari, che — va detto — negli anni passati hanno costruito un’importante risorsa economica, basata su un modello di offerta turistica legato al turismo delle famiglie, che ha contribuito alla crescita economica del Paese. Ma oggi, se ragioniamo su quel modello turistico, dobbiamo dire che non esiste più: un tempo, negli anni ’60-’70, la spiaggia era vissuta da famiglie che facevano vacanze continuative di uno, due, tre mesi l’anno, e oltre alla spiaggia vivevano il paese — il nostro tessuto economico, ristoranti, bar, tutti i negozi di Spotorno erano vissuti pienamente da questi “residenti temporanei” che arrivavano per tre mesi e vivevano davvero il paese.

Oggi quel tipo di turismo non esiste più: un tempo era motore di crescita economica per l’intera città, dal cittadino che lavorava nel turismo fino agli imprenditori extra-balneari. Oggi, purtroppo, quel turismo non c’è più, ed è da qui che siamo partiti. Oggi il turismo familiare si traduce spesso nell’ombrellone prenotato per tutta la stagione: una rendita di posizione preziosa per le imprese balneari, ma di fatto goduta, il più delle volte, solo per pochi giorni dagli stessi villeggianti [durata esatta non chiaramente intelligibile nella registrazione]; coloro che un tempo alimentavano l’indotto extra-balneare oggi occupano comunque il posto in spiaggia per l’intera stagione — quindi nessun altro turista può averlo — mentre le persone che garantiscono questa rendita agli imprenditori balneari non vivono più in paese per tre mesi, e quindi non alimentano più tutto il resto dell’indotto. Di fatto, negli ultimi dieci anni, le attività economiche del centro si stanno lentamente convertendo in negozi temporanei (“temporary shop”), lasciando, oltre i tre mesi estivi, quello che diventa un deserto economico e sociale.

Abbiamo voluto leggere questa svolta importante, come diceva anche il collega di Bacoli, non solo come l’arrivo, finalmente, della direttiva Bolkestein — con le pronunce che hanno permesso allo Stato di mettere a gara le concessioni demaniali, garantendo così un percorso non solo di apertura ad altri imprenditori, ma anche di crescita dell’offerta e dei servizi balneari — ma anche come una “tempesta perfetta” in cui ci siamo trovati non io da solo, ovviamente, ma tutta la mia amministrazione: perché a questo si è aggiunta la contestuale applicazione della legge regionale ligure che, per fortuna, ci ha indicato un obiettivo preciso, garantire almeno il 40% minimo tra spiaggia libera e libera attrezzata. Per noi questo significa passare dal 18% attuale (tra libera e libera attrezzata) al 40%.

È un passaggio epocale, forse il più critico anche rispetto a Bolkestein, perché le decine di imprese balneari che oggi insistono sul demanio di Spotorno sono state indotte, in tutti questi anni, a pensare che la concessione demaniale fosse di fatto una loro proprietà privata: per questo oggi parlano di “esproprio” quando si chiede loro di lasciare sul terreno qualche porzione di arenile, per rispettare la normativa regionale ligure. E, ripeto, tutto lo scontro che è arrivato su questo tema mi ha lasciato basito. Ad esempio, il fatto che stiamo semplicemente applicando la normativa: molti dei nostri detrattori, tra coloro che appoggiano la parte dei balneari, ci criticano per non voler “adattare la legge alle esigenze dell’impresa”. Questo passaggio, per me, è stato il più critico di tutto il percorso, perché se accettiamo l’idea che il principio di realtà possa essere adattato o trascurato in base agli interessi di pochi, quello è il primo passo verso il chiudere gli occhi — l’anticamera che porta, nei casi più gravi, fino alla mafia. Proprio per questo, ieri sono andato in Prefettura a Savona [passaggio ricostruito, verificare], perché questo tema delle critiche nei nostri confronti sta diventando importante, con ripercussioni che vanno ben oltre il nostro territorio.

Ci siamo trovati, a un certo punto, a dover bandire gare per le concessioni e garantire il 40% di spiaggia libera: per moltissimi imprenditori balneari questo passaggio è stato visto come un vincolo, un problema. Ma è stato proprio questo il punto da cui siamo partiti, perché lo abbiamo letto non come un problema da subire, ma come un’occasione per rimettere ordine, per restituire all’Italia spazi pubblici e per ripensare il modello turistico — non solo nell’immediato, ma con una visione che guardi almeno a vent’anni. Questo percorso, legato al raggiungimento della soglia minima di spiaggia libera, può dare da un lato sicurezza alle imprese balneari che otterranno legalmente le concessioni, finalmente con un orizzonte temporale certo di 10-15, vent’anni, per poter fare il proprio mestiere e programmare i servizi; e dall’altro significa che, all’interno del modello turistico del Comune di Spotorno — oggi privatizzato al 100% per il turismo delle famiglie — si possa aggiungere un nuovo livello di offerta turistica, con la spiaggia libera e libera attrezzata: un servizio non solo per i residenti e per chi non può permettersi uno stabilimento balneare, ma anche, e per noi soprattutto, per i turisti stranieri che arrivano da Germania, Svizzera e Austria, per i quali il loro modo di vivere il turismo mal si concilia con i pochi spazi liberi che oggi si trovano all’interno degli stabilimenti. Quindi il raggiungimento della soglia minima garantita per il diritto al mare gratuito per tutti deve essere anche un motore di attrattività turistica, di miglioramento di quel modello che oggi non funziona più.

Per noi non si è trattato solo di decidere dove collocare le spiagge libere, ma di come creare nuovi spazi che siano davvero accessibili a tutti — e per “tutti” intendo non solo i residenti, non solo i turisti che vogliono andare in spiaggia libera, non solo chi non può permettersi uno stabilimento balneare, ma anche, ad esempio, le persone con disabilità o con particolari difficoltà, che più di altri hanno diritto di accedere a uno spazio che, in quanto libero, non sia solo gratuito, ma dotato anche dei servizi minimi che ne consentano la piena fruibilità. Perché non possiamo limitarci a usare belle parole come “spiaggia libera” o “diritto di accesso al mare”: questo diritto lo dobbiamo garantire con servizi concreti e con una sensibilità reale, non solo per arrivare fino alla spiaggia, ma fino in acqua, per chiunque lo voglia vivere.

Purtroppo il dibattito sulle spiagge italiane, in questi anni, è sempre stato raccontato come uno scontro tra interessi opposti: spiagge libere contro stabilimenti, ambiente contro economia, diritto di accesso contro qualità dei servizi. Questa contrapposizione è uno degli errori più grandi che abbiamo fatto — e qui mi metto in prima persona, non solo come sindaco di Spotorno, ma come amministratore locale — perché è sempre stata l’elemento di scontro che ha permesso, a chi voleva conservarlo, di conservare lo status quo per anni. Amministrare davvero non significa scegliere una parte o l’altra: sarebbe sbagliato avere il 100% di spiagge libere, così come è sbagliato avere il 100% di stabilimenti. Quello che deve fare un buon amministratore non è scegliere una parte contro l’altra, ma trovare un equilibrio concreto che garantisca a tutti diritti, economia, ambiente e qualità. Ed è questo il punto di partenza da cui siamo partiti noi: partire dal mare come diritto di tutti, per arrivare a un modello giusto e garantista per chiunque voglia vivere il mare, che sia trovando i servizi di uno stabilimento balneare, una spiaggia libera con servizi gratuiti a cui accedere quando si vuole, o una spiaggia libera attrezzata, che è la via di mezzo. Quindi, per noi, il mare non è una merce — pur essendo una risorsa economica importantissima — ma prima ancora è un bene comune: questo è fondamentale, perché è un pezzo della nostra identità, della nostra storia, della vita quotidiana.

L’ho sentito anche dal pubblico presente, ed è un attaccamento molto vivo — lo si percepiva anche nelle domande rivolte al collega Giosi Della Ragione: spesso, nelle pianificazioni costiere, si trascura l’impatto sulla popolazione che vive i comuni costieri non solo nei mesi di vacanza, ma tutto l’anno. Come Bacoli, anche Spotorno è una piccola comunità: siamo 3.800 abitanti, e in stagione arriviamo fino a 30.000 presenze. Questa pressione antropica sui residenti è qualcosa da tenere in conto nella pianificazione, anche perché genera occasioni di tensione. In questo periodo, per vicende particolari, 8 concessioni demaniali sono state revocate perché abusive: fino a pochi giorni fa avevamo quindi 8 stabilimenti balneari rimasti chiusi dall’inizio della stagione, da maggio a oggi. Ho ricevuto tantissimi messaggi privati di miei concittadini che mi hanno scritto cose come: “finalmente, dopo 25 anni, sono riuscito ad andare al mare in pausa pranzo, un’ora e mezza-due ore, senza chiedere permesso a nessuno e senza pagare, per fare un bagno praticamente a casa mia”. È una delle tantissime testimonianze che confermano che, con questo percorso, vogliamo garantire il turismo familiare — che per noi resta sicuramente la risorsa fondamentale — ma vogliamo anche aggiungere nuove possibilità per chi arriva dall’estero e per chi cerca di vivere anche il resto del territorio.

Un’altra cosa che oggi non possiamo trascurare è che lo stabilimento balneare è diventato una sorta di piccolo villaggio autosufficiente: una volta si andava allo stabilimento e poi, come dicevo, si viveva anche tutto il resto del paese; oggi, invece, lo stabilimento è diventato bar, ristorante, tutto quello che si vuole al suo interno. Ci sono turisti che vengono a Spotorno da 15-20 anni e che non hanno mai fatto una gita all’area marina protetta che abbiamo a meno di 500 metri dal nostro confine, né mai preso una mountain bike per fare un giro nell’entroterra. Poter offrire esperienze balneari diverse, grazie alla spiaggia libera, ci permette di alimentare questo microcosmo di piccole imprese, anche individuali, che stanno crescendo, e che permettono ai turisti che scelgono la spiaggia libera di vivere anche altre esperienze. E la domanda che ci siamo posti non è “quanti ombrelloni riusciamo a installare” — non è più questo, oggi, a misurare l’attrattività turistica di una comunità costiera. La domanda che vogliamo porci è: quante persone riusciamo a soddisfare, ad attirare e a far restare, non necessariamente in cambio di un ritorno economico immediato? Chi arriva in spiaggia libera magari non paga per la spiaggia, ma alimenta il resto dell’economia: mangia un panino, torna in quella località, magari il giorno dopo visita un museo o fa un giro nell’entroterra. Quindi non sono più solo gli ombrelloni piantati nella sabbia a misurare la redditività e la salute economica di una comunità costiera, ma anche quante persone riusciamo a soddisfare, non necessariamente attraverso il solo canale dello stabilimento: perché chiunque arrivi da noi, sia per la spiaggia libera sia per lo stabilimento, deve poter vivere anche i negozi, i bar, i ristoranti, i centri storici.

Un altro concetto che ci tenevo a sottolineare è la durezza dello scontro che abbiamo dovuto affrontare — e quando dico scontro, intendo in senso molto forte. Porto sempre l’esempio di come, in 15 anni di carriera politica (5 da assessore, e questo è il 9°-10° anno da sindaco), pur avendo sempre gestito anche temi delicati, non mi era mai capitato quello che è successo alla prima assemblea pubblica in cui abbiamo presentato questa proposta: la sala era piena di operatori balneari, arrivati anche da fuori provincia insieme ai loro clienti, e alla fine di quella riunione è dovuta intervenire la Digos, perché non riuscivamo più a garantire l’incolumità dei colleghi consiglieri, che dovevamo poi riaccompagnare a casa. Questo è il livello di scontro a cui siamo arrivati. E purtroppo, con un pizzico di amarezza, devo dire che anche le forze politiche che oggi governano la maggioranza della mia Regione — che hanno scritto la legge che dovrebbe garantire il rispetto del 40% di spiagge libere — di fatto, come il governo nazionale, si scagliano contro chi, come noi, la sta semplicemente applicando: è un modo per delegittimare gli amministratori di fronte alla maggioranza regionale in Italia. L’ho ritrovato anche in un video su YouTube, perché l’assemblea era pubblica — ma la vergogna non finisce lì: in quell’assemblea pubblica mi è stato detto, testualmente, che se avessi incontrato in corridoio, in Regione, il presidente o un funzionario regionale, avrei scoperto che si tratta di persone che amministrano comuni con non il 40%, ma il 10% di spiagge libere fatto approvare, e che ora pretendono che tutti rispettino la legge regionale che loro stessi hanno scritto, applicandola però a proprio piacimento. Questo è, purtroppo, il livello della politica sovracomunale con cui dobbiamo fare i conti.

Anche il collega di Bacoli ha raccontato qualcosa di simile su questo aspetto. Ringrazio quindi per lo spazio che ci avete dato, e ringrazio tutti i referenti locali di Mare Libero, Stefano Salvetti ma anche Roberto Biagini, con cui ci siamo confrontati, perché in qualche modo sostituiscono l’appoggio che dovrebbero darci i partiti, che oggi in questa battaglia semplicemente non ci sono. Voglio ringraziarvi davvero, perché per noi, nella solitudine in cui ci troviamo — parlo anche a nome del collega Della Ragione — avere l’appoggio di associazioni come la vostra è fondamentale, e dà forza anche a tanti cittadini che vi seguono e che hanno imparato, grazie a voi, a uscire allo scoperto, non più spaventati, perché la voce dall’altra parte si è fatta più forte.

Continuate quindi a sostenerci in questo percorso di crescita: ci state aiutando ad arrivare fino in fondo. Grazie.

 

Roberto Biagini: avvocato, ex Assessore al demanio marittimo e urbanistica del comune di Rimini, ex Presidente Mare Libero APS e attuale membro del Consiglio Direttivo (online): “Rimini, l’ esempio da non seguire”

Innanzitutto un saluto alla conferenza, a Klarissa, al Presidente — che ringrazio di cuore per le parole che mi ha dedicato —, al direttivo, ai referenti regionali che stanno svolgendo un lavoro enorme, agli associati e a tutti i relatori, in particolare al sindaco di Bacoli e a quello di Spotorno, agli amici di Mare Libero, di Beni Comuni e al Comitato Villa Medusa. Riprendo un momento il filo di quanto si diceva: alcune amministrazioni hanno impostato la propria linea sulla «politica del mantenimento» delle concessioni. Parliamo di Rimini.

Rimini, dal punto di vista delle politiche demaniali, non è illuminata come Bacoli o come Spotorno; e, come in altre località — penso a Lecce — si sono aperti contenziosi amministrativi che hanno portato alle pronunce del Consiglio di Stato in tema di legittimità delle proroghe generalizzate delle scadenze delle concessioni, in riforma di quelle che, nel contesto giuridico, vengono chiamate le «sentenze creative» del TAR di Lecce.

Se si prende in mano la fotografia ufficiale del litorale di Rimini — 60 km di costa che hanno fatto la storia del turismo italiano —, così come è rappresentata all’interno del nuovo piano dell’arenile approvato dal Consiglio Comunale il 7 agosto dello scorso anno, si vedono sostanzialmente due colori. Da una parte il colore della costa data in concessione — circa 360 concessioni, tra stabilimenti balneari e altre destinazioni —; dall’altra il verde acqua della spiaggia libera. Il colore delle concessioni copre quasi il 90% del litorale; ai cittadini, per esercitare un diritto sacrosanto, resta una fascia che sfiora appena il 10%.

La stessa relazione tecnica del piano — la cosiddetta SQUEA, la Strategia per la Qualità Urbana ed Ecologico-Ambientale — certifica a chiare lettere la modesta presenza di spiaggia libera, segnalando che i cittadini sono costretti a occupare — sono parole scritte nella SQUEA — porzioni residue e inadeguate, come le aree davanti agli scarichi. Addirittura il CUAV, il Comitato Urbanistico di Area Vasta della Provincia [di Rimini], ha censurato le scelte comunali, definendo la dotazione di spiaggia libera — riprendo quello che è scritto — «estremamente contenuta e inferiore ai parametri di riferimento».

Rimini non è un modello di efficienza turistica, da questo punto di vista: è il paradosso di una spiaggia quasi totalmente privatizzata per scelta politica deliberata. È l’esempio perfetto di come un’amministrazione comunale possa tradire il proprio mandato di tutela dei beni comuni. E non solo.

Oltre alla cronica carenza di spiaggia libera da reperire, c’è anche il cosiddetto tradimento della percentuale minima prevista dalla Regione Emilia-Romagna. La giurisprudenza ormai consolidata, costituzionale e amministrativa — dalle Sezioni Unite della Cassazione al Consiglio di Stato — ricorda che la concessione demaniale è l’eccezione, mentre l’uso pubblico e gratuito è la regola. L’ente pubblico, attenzione, non possiede la spiaggia: la amministra per conto della collettività. A Rimini questo rapporto è specificamente capovolto, come in altre regioni e in altre situazioni, e lo ripeterò fino alla fine.

Nel piano dell’arenile del 2025 l’amministrazione comunale dichiara apertamente che il proprio obiettivo strategico è — udite udite — «il mantenimento del numero delle concessioni». Quando, in sede di osservazioni al nuovo piano dell’arenile, è stato formalmente richiesto di incrementare la spiaggia libera, il Comune ha risposto, in sede di controdeduzioni, con un diniego blindato, motivandolo così: la richiesta sarebbe «in contrasto con la strategia di mantenere inalterato lo stato delle concessioni esistenti». L’interesse dei concessionari diventa il dogma intoccabile, e il diritto di noi cittadini viene degradato a variabile residuale.

A questo si aggiunge un’operazione interpretativa vergognosa su una direttiva regionale dell’Emilia-Romagna del lontano 2003 — una delibera del Consiglio Regionale — che fissa una quota minima di spiaggia libera pari al 20% dell’estensione della linea di costa. Il Comune di Rimini sostiene che tale limite vada calcolato sull’intero litorale regionale e non sul proprio territorio, ritenendosi così in regola con il suo misero 10%. È una tesi talmente irragionevole che, se applicata in maniera diffusa anche dagli altri comuni, permetterebbe a un comune di azzerare completamente le spiagge libere perché il vicino ha già superato la sua quota. Se la si applicasse al Comune di Rimini, si verrebbe a creare una situazione di cittadini di Serie A e cittadini di Serie B, con un diritto costituzionale rimesso alla disponibilità e all’uso di chi amministra. Il diritto di utilizzare gratuitamente l’arenile, nelle stesse modalità e con le stesse estensioni della modalità concessoria, non è una concessione benevola del sindaco di turno: è la manifestazione di un diritto fondamentale della persona, tutelato dagli articoli 2, 9 e 42 della Costituzione. E invece l’esercizio di questo diritto è subordinato, paradossalmente, al censo [ossia alla capacità di spesa del cittadino].

I cittadini di Serie A — quelli che possono pagare le tariffe imposte dai concessionari per godere legittimamente dei servizi di ombrellone e sdraio — questo diritto lo possono esercitare. I cittadini di Serie B — il popolo, la gente comune — non lo possono esercitare, perché non possono pagare; e se, tra virgolette, vogliono esercitarlo, lo devono fare in confini e spazi in cui non arrivano i servizi. Come si comportano le istituzioni di fronte a questo vero e proprio scandalo? Le istituzioni di controllo restano silenti di fronte a un’occupazione senza titolo, come è attualmente quella dell’arenile. Sappiamo perfettamente che le concessioni demaniali a uso turistico-ricreativo sono scadute e sono inefficaci dal 31 dicembre 2023. Lo ha stabilito l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, e lo confermano le recenti sentenze della giustizia amministrativa regionale. Tutte le proroghe generalizzate emanate dal legislatore regionale sono illegittime, e l’amministrazione ha un obbligo tassativo di disapplicazione.

Di conseguenza, da oltre un anno e mezzo, gli stabilimenti balneari occupano la spiaggia senza un titolo concessorio valido. Attenzione: venuta meno la concessione a monte — decaduta e inefficace —, vengono meno anche i titoli edilizi e commerciali collegati. Le strutture, le cabine, le pedane configurano a tutti gli effetti opere abusive, ai sensi del testo unico dell’edilizia e dell’articolo 1161 del codice della navigazione, che punisce l’abusiva occupazione di spazio demaniale marittimo. Eppure le istituzioni di controllo, locali e statali — dalla Capitaneria di Porto fino alle forze di pubblica sicurezza —, restano inerti. Nessuno controlla, nessuno sanziona, nessuno avvia le procedure di rimozione dei manufatti non amovibili. È il senso dell’articolo 40 del codice penale, secondo comma: l’inerzia della pubblica amministrazione di fronte a questi abusi resta senza risposta.

Rappresenta una grave omissione di atti d’ufficio, bisogna dire le cose come stanno. Si strutturano così due regimi diversi all’interno dello stesso Stato di diritto. Nel tessuto urbano, a pochi metri dal confine demaniale, la legalità è rigidamente applicata: se in centro storico manca uno scontrino o c’è un cantiere privo di titolo, scattano sanzioni, sequestri e chiusure. Non appena si posano i piedi sulla sabbia, invece, la legalità si spegne, come si dice in questi casi, dissolvendosi. Sulla spiaggia si crea una vera e propria zona franca, di extraterritorialità e di immunità permanente.

Non solo: si aggiunge la «gara farsa», che ha riguardato appena 27 aree. Dal punto di vista delle gare messe a bando dal Comune di Rimini, ci sono 27 bandi pubblicati — 27 aree in tutto, a fronte di circa 360 concessioni scadute: neanche un bando ogni dieci concessioni. È un’operazione presentata con enfasi in un comunicato dell’assessorato, ma che, se si esamina la procedura nel dettaglio, è una parodia di gara. L’amministrazione ha messo a gara soltanto l’arenile — la porzione destinata al solo ombreggio, dove è vietata l’edificazione, quella che il piano classifica come area A —, perché l’area retrostante (l’area B) è situata su terreno privato ed è quella che ospita i servizi balneari: cabine, docce, spogliatoi e locali direzionali. Questa impostazione genera profili di illegittimità radicale. Si tratta di un bene giuridicamente incompleto: ai sensi delle stesse norme tecniche di attuazione approvate dal Comune, un’area di solo ombreggio non ha una funzione autonoma, né può costituire uno stabilimento balneare, che richiede un minimo di 20 metri quadri di strutture di servizio. Il bando mette a gara un’automobile senza motore: e il motore ce l’ha il privato.

C’è un’elusione palese della concorrenza. Il bando è formalmente aperto a tutti, ma sostanzialmente chiuso: solo il privato che detiene la proprietà o la disponibilità dell’area retrostante — che, in questi casi, è spesso il concessionario uscente — può presentare un’offerta economicamente e tecnicamente sostenibile. In quest’ultima ipotesi, l’esito della gara dipenderà dalla volontà del proprietario privato, cioè del confinante, che può decidere in modo discrezionale se, a chi e a quale prezzo concedere l’accesso all’area di servizio. Paradosso finale: se vincesse la gara un operatore che non ottiene la disponibilità dell’area privata, si ritroverebbe con un’area inutilizzabile. Non potrebbe realizzare lo stabilimento, perché privo di servizi. Non potrebbe farne un uso diverso, non previsto come funzione autonoma dal piano dell’arenile. E non potrebbe nemmeno lasciarla come spazio libero, avendola ottenuta in concessione. Il demanio rimarrebbe bloccato e inutilizzato, in un paradosso che frustra la «proficua utilizzazione» prevista dall’articolo 37 del codice della navigazione. Siamo davanti a un bando predeterminato dalla conformazione urbanistica dei luoghi, utile solo a mascherare — dietro una finta gara competitiva — la cristallizzazione delle vecchie posizioni di privilegio politico e della rendita dei concessionari uscenti. Perché un’amministrazione come quella di Rimini mette in piedi un simile castello di contraddizioni e di omissioni?

La risposta non risiede in un problema tecnico-burocratico, ma in una precisa scelta politica di tutela elettorale della categoria dei balneari, attuata da tutte le amministrazioni di centro-sinistra della nostra regione, sotto la vergognosa copertura del Presidente della Regione Emilia-Romagna — posso anche dirne il nome, Michele de Pascale —, che addirittura è intervenuto alla manifestazione TTG dello scorso anno, la maggiore fiera nazionale degli operatori balneari, che si tiene a Rimini in ottobre, promettendo ai balneari un aumento contenuto dei canoni demaniali.

Puntando sulle 27 aree collocate, come dicevo, su terreni privati — dove la contendibilità è strutturalmente ridotta a zero —, la giunta comunale ottiene, come tante altre giunte in questo momento, l’effetto annuncio nei confronti dei media («abbiamo avviato le gare»), ma contemporaneamente svuota totalmente il gesto politico. Nel frattempo, per l’intera stagione estiva, le circa 330 concessioni scadute continuano a operare indisturbate, con canoni irrisori calcolati sui vecchi importi ormai scaduti, protette dall’inerzia dell’amministrazione. E la stessa amministrazione, che si comporta quasi consapevolmente come un ufficio di rappresentanza dei balneari, rinuncia all’applicazione del diritto demaniale e calpesta l’interesse erariale e i diritti della collettività.

In conclusione: quali sono le azioni di Mare Libero per contrastare sistematicamente tutto questo? La situazione non deve essere subita, ma combattuta con ogni strumento giuridico disponibile — e questo, chiaramente, vale tanto per Rimini quanto per tutte le altre situazioni italiane. Non possiamo accettare che lo Stato di diritto subisca una sospensione estiva sul mare, sulla battigia, sull’arenile.

Come Mare Libero abbiamo sempre imboccato la via dei ricorsi: abbiamo proposto ricorso contro il piano dell’arenile, che integreremo con motivi aggiunti per impugnare radicalmente la scelta di mettere a gara aree incomplete — anche perché, se non impugniamo con motivi aggiunti anche la gara dei 27, rischiamo di perdere, tra virgolette, persino l’interesse iniziale al ricorso. Ma la battaglia più importante è quella «esterna»: serve spingere i residenti e i frequentatori dei tratti costieri a diffidare formalmente il Comune e la Capitaneria di Porto perché esercitino i poteri di vigilanza previsti dall’articolo 54 del codice della navigazione, pronti a ricorrere in caso di inerzia dell’autorità; promuovere esposti alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti; organizzare i frequentatori e gli utenti del demanio; e chiedere il pagamento dei canoni demaniali a prezzo di mercato. Il mare e la spiaggia sono un bene comune: dobbiamo restituire al demanio la legalità e la libera fruizione collettiva. Non è una rivendicazione di parte, è una battaglia di principi costituzionali, che intendiamo portare fino in fondo con l’aiuto di tutti — e anche con l’aiuto di conferenze come questa.

Ho cercato di essere il più breve possibile. Grazie a tutti.

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