Conferenza Mare Libero 2026 – 1: la costa bene fragile

La conferenza annuale di Mare Libero APS,  anche quest’anno svoltasi a Napoli, a Villa Medusa – Casa del Popolo,  nella cornice di un grave dissesto ambientale come quello di Bagnoli,  è uno spazio di confronto pubblico sul futuro delle coste italiane, intese come luoghi centrali per l’esercizio di diritti fondamentali, per la tutela degli ecosistemi e per la costruzione di nuove forme di accesso equo e democratico al mare. La costa è assunta come un bene pubblico scarso e vulnerabile, oggi attraversato da profonde tensioni ambientali, sociali e spaziali, che rendono urgente ripensarne le modalità di gestione e di progetto.

La conferenza, presentata e moderata da Klarissa Pica,  si è articolata in  quattro momenti principali: bene fragile, esperienze istituzionali e locali, territorio conteso e bene pubblico.

Nel primo si è guardato alla costa come bene fragile, analizzando gli effetti del cambiamento climatico, dell’innalzamento del livello del mare, dei processi di erosione e dell’aumento degli eventi estremi, e la loro stretta connessione con la pressione antropica e la turistificazione di massa lungo i litorali. In questo quadro, la protezione degli ecosistemi costieri e la sicurezza delle comunità che li abitano diventano questioni chiave per qualsiasi riflessione sul futuro del litorale. Di seguito una sintesi degli interventi dei relatori. 

Filippo Celata, ordinario di Geografia economico-politica dell’Università di Roma La Sapienza, ha presentato: “Spiagge libere e crisi climatica: scenari di erosione, implicazioni, alternative” .

Il tema riguarda le cause dei processi di erosione, di arretramento e di rischio che osserviamo ormai da diversi decenni, sia dal punto di vista storico sia guardando al presente. Dobbiamo capire come siamo arrivati fin qui. È una storia che inizia con le bonifiche e che ha subito una forte accelerazione negli ultimi decenni. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso una fascia costiera e l’abbiamo trasformata in una linea di costa rigida. Proprio perché rigida, è anche molto fragile, molto vulnerabile e scarsamente resiliente rispetto agli scenari che ci attendono. Qualcuno dice: “Chi non si piega si spezza”. Ed è esattamente quello che stiamo già osservando.

Cominciando da ciò che circonda le spiagge, sappiamo bene che il territorio costiero è fortemente urbanizzato. Nella fascia compresa tra 0 e 300 metri dalla costa, circa un quarto del territorio italiano è artificializzato e il consumo di suolo procede a un ritmo tre volte superiore rispetto al resto del Paese. Abbiamo quindi un territorio eccessivamente urbanizzato e sempre meno naturalizzato. Si è creato quello che possiamo definire un “effetto argine”: nel momento in cui costruiamo un argine, difendiamo persone, infrastrutture e attività economiche, incentivando però nuovi insediamenti alle sue spalle. Quando quell’argine non è più in grado di reggere, ci ritroviamo con interessi economici sempre più consistenti da proteggere. Di fatto, si è affermata una visione esclusivamente economica che induce la gestione delle coste a perseverare nello status quo, nonostante gli scenari, ormai piuttosto chiari, ci dicano che continuando così andremo incontro a conseguenze molto gravi. Sarebbe invece necessario considerare le coste come un bene di interesse collettivo, affrontando la questione in una prospettiva ambientale e di lungo periodo. In altre parole, dovremmo cambiare radicalmente approccio.

Per quanto riguarda le spiagge, che cosa possiamo aspettarci? Attualmente si stima che circa un quinto delle spiagge italiane sia in erosione. Entro il 2050 questa percentuale potrebbe arrivare al 70%, come mostrano le aree evidenziate in rosso nelle mappe.

La domanda successiva è: quante di queste spiagge rischiano di scomparire? Ancora più grave: circa il 20% delle spiagge rischia di scomparire già entro il 2050, e quasi il 45% entro il 2100. In alcune regioni, come la Campania, le percentuali sono ancora più alte. E il dato più significativo è che le spiagge più a rischio sono spesso proprio quelle più intensamente occupate da stabilimenti balneSempre entro il 2050, circa un quinto potrebbe non esistere più, mentre entro il 2100 la quota potrebbe raggiungere il 45%, con valori ancora più elevati in alcune regioni, tra cui la Campania.

Ci siamo anche divertiti a stimare quanti stabilimenti balneari potrebbero essere coinvolti. In Campania, per esempio, a fronte di circa il 60% di spiagge a rischio di scomparsa, la percentuale sale al 75% se si considerano quelle occupate dagli stabilimenti. Ma il punto non è tanto chiedersi che cosa succederà. Il punto è capire che cosa dovremo fare quando succederà, cioè come ci adatteremo. E soprattutto domandarci fino a che punto le strategie di adattamento rischino di diventare esse stesse parte del problema.

Esiste ormai un ampio consenso scientifico a livello globale. Non a caso ho intitolato il mio intervento “Spiagge libere”: libere non solo per la fruizione pubblica, ma anche nel senso della loro rinaturalizzazione. Dobbiamo consentire alle spiagge di arretrare in modo gestito, anziché tentare inutilmente di impedirlo. Dobbiamo ricostituire le fasce dunali o, quantomeno, smettere di urbanizzare i pochi tratti ancora liberi. Oggi possiamo stimare che circa la metà del retrospiaggia italiano sia già artificializzata. In quelle aree non esiste più lo spazio necessario per l’evoluzione naturale della costa. Almeno, dovremmo smettere di sfruttare perfino gli effetti delle alluvioni, delle mareggiate e dei disastri che stanno già colpendo molte località come occasione per continuare a consolidare lo status quo e urbanizzare ulteriormente il territorio costiero. Tuttavia, una strategia di questo tipo incontra una serie di ostacoli strutturali. Spostare una città, una ferrovia o altre infrastrutture è estremamente costoso e presenta enormi difficoltà dal punto di vista sociale e politico. Nel quadro della pianificazione territoriale italiana, e in particolare di quella costiera, la capacità di immaginare e governare questi cambiamenti è tradizionalmente molto debole.

La domanda, quindi, è: che cosa faremo davvero? La risposta più probabile è che continueremo a fare esattamente ciò che stiamo già facendo. Oggi, infatti, la principale, se non l’unica, strategia adottata per contrastare l’erosione consiste nella costruzione di difese costiere, molto spesso artificiali, sempre più diffuse e sempre più impattanti. In alcune regioni, come il Molise, le Marche e in molte aree dell’Adriatico, troviamo ormai una difesa costiera ogni pochi chilometri di spiaggia. Negli ultimi decenni queste opere sono aumentate di circa il 60%, con l’obiettivo di proteggere spiagge, persone e insediamenti. Potremmo quasi immaginare una sorta di MOSE che circonda l’intera penisola italiana. Naturalmente non sarà così, anche perché sappiamo già che lo stesso MOSE dovrà confrontarsi con scenari di innalzamento del livello del mare sempre più impegnativi. Numerosi studi dimostrano che questa strategia è già oggi molto costosa e, soprattutto, sempre meno efficace. Il rischio è che queste stesse difese costiere diventino, in futuro, le rovine che finiranno per gravare sulle nostre spiagge.

Un breve accenno alla direttiva Bolkestein. So bene che molti di voi conoscono questo tema molto meglio di me. Certamente la Bolkestein rappresenta una possibile occasione di cambiamento, ma rischia anche di sostituire una forma di privatizzazione delle spiagge con un’altra, riproducendo sostanzialmente lo stesso modello. Inoltre, le concessioni vengono spesso gestite dagli enti locali che, non di rado, risultano particolarmente esposti alle pressioni degli interessi privati e tendono quindi a mantenere lo status quo. Naturalmente esistono eccezioni: amministratori, amministratrici e cittadini che conosciamo bene e che, talvolta, pagano anche un prezzo personale molto alto per difendere il bene comune.

Rimane però un’occasione in parte mancata. Continuiamo infatti a discutere delle spiagge senza affrontare davvero il nodo centrale della questione. La vera domanda è: quali strumenti mettiamo in campo per recuperare una gestione pubblica del territorio costiero fondata sull’interesse collettivo? Ho letto, ad esempio, un bellissimo articolo di Alex Giuzio, che stimo molto, nel quale propone di introdurre criteri premiali nel sistema delle concessioni che tengano conto anche della qualità della gestione ambientale.

È una proposta interessante, ma occorre fare attenzione. Credo infatti che la crescita continua degli stabilimenti balneari e la progressiva scomparsa delle spiagge libere generino anche incentivi perversi. A soggetti privati vengono delegate funzioni di gestione degli arenili — dai servizi di sorveglianza alla manutenzione e ad altre attività — che nella maggior parte degli altri Paesi sono invece svolte direttamente dal settore pubblico. In questo modo si crea un meccanismo che incentiva ulteriormente la privatizzazione della gestione delle spiagge. Vorrei concludere tornando all’immagine che ha ispirato questa riflessione. Anche se si vede poco, sembra rappresentare l’Italia con una linea di costa completamente ridisegnata. È uno scenario che riguarda soprattutto il versante adriatico ed è, in sostanza, quello verso cui stiamo andando.

A dire il vero, però, questa immagine oggi non mi convince più. Racconta infatti l’idea più diffusa della crisi climatica e dell’innalzamento del livello del mare: quella di un’invasione lenta e progressiva delle coste. In realtà, il futuro che ci attende sarà probabilmente diverso. Sarà caratterizzato soprattutto da eventi meteorologici estremi, sempre più frequenti e sempre più intensi, alimentati da un mare sempre più caldo, che colpiranno territori costieri sempre più vulnerabili. Il rischio è quindi un futuro fatto di barriere e di rovine. Continueremo a costruire nuove opere di difesa per tamponare gli effetti dell’erosione, fino a quando quelle stesse opere diventeranno esse stesse delle rovine. Il problema non è soltanto l’inondazione, l’erosione o la necessità di spostare popolazioni e infrastrutture. Il rischio è quello di assistere a un processo sempre più massiccio di artificializzazione delle nostre coste e delle nostre spiagge, che finirà per aumentarne ulteriormente la vulnerabilità. L’unica alternativa è fare esattamente il contrario. Si tratta di un percorso lungo, complesso e profondamente trasformativo, che comporta inevitabilmente conflitti tra interessi, tra funzioni, tra soggetti e tra diverse visioni del territorio.

Da un lato dobbiamo rinaturalizzare le coste; dall’altro dobbiamo anche “denaturalizzare” la crisi climatica, nel senso di riconoscere che non è un fenomeno inevitabile o puramente naturale. Non solo l’abbiamo prodotta noi, ma dipende ancora in larga misura da noi il modo in cui decideremo di affrontarla. Il punto fondamentale è proprio questo: le soluzioni che oggi stiamo adottando rischiano di essere esse stesse parte del problema.

Vi ringrazio

  Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, ha presentato: “Coste color grigio cemento”

Mare, spiagge e coste. Le coste non sono soltanto quella fascia dei 300 metri, ma anche quella che si estende fino a mille metri, perché costituiscono un ecotono [zona di transizione tra due ecosistemi diversi ndr]  straordinario, una fascia di transizione tra l’acqua e l’entroterra che dovrebbe essere interamente preservata. Eppure questo non accade, e non accade nemmeno nella narrazione politica.

Vado un po’ in ordine sparso, ma lo ripeto spesso: esiste una totale cecità rispetto al significato del suolo, soprattutto in contesti così fragili. Se volete farvi un po’ di male, riascoltate ciò che dichiarò l’allora presidente della Regione Siciliana il giorno successivo al ciclone. Quelle parole mostrano chiaramente un’incapacità di comprendere cosa sia realmente una costa: si vedono soltanto i danni provocati dal ciclone, senza capire che quei danni sono stati causati da una cementificazione arrivata fino al bordo del mare. Il ciclone ha semplicemente portato via ciò che avevamo costruito dove non avremmo dovuto costruire. La questione andrebbe affrontata in modo completamente diverso. Dovremmo chiederci quando è necessario arretrare e iniziare a rimuovere parte dell’urbanizzazione che abbiamo realizzato. Questo vale per la Sicilia, la Sardegna, la Calabria e molte altre aree del Paese.

Sarebbe importante mantenere viva l’attenzione pubblica anche dopo eventi come un ciclone, che per qualche giorno vengono seguiti con grande interesse dai cittadini. Non possiamo dimenticarli: dobbiamo continuare a studiarli per comprenderne sempre meglio le cause. Guardate: tutto ciò che è stato colpito si trova entro i 300 metri dalla costa e, in molti casi, non avrebbe dovuto essere lì. È vero, abbiamo una lunga storia di urbanizzazione costiera, ma il problema è che continuiamo ancora oggi a riprodurre esattamente quel modello di sviluppo.

In questo momento i dati riportati nel Rapporto nazionale sul consumo di suolo sono davvero allarmanti. Il suolo consumato, cioè l’artificializzazione nella fascia compresa tra 0 e 300 metri dalla costa, supera mediamente in Italia il 25%. Si tratta di una media che nasconde situazioni ancora più gravi: nelle Marche si raggiunge il 54%, in Liguria si oscilla tra il 48 e il 50%, e valori molto elevati si registrano anche in diverse aree della Toscana. Siamo dunque di fronte a condizioni estremamente critiche.

Considerate che, quando si supera il 15%, entra in gioco il tema della resilienza. Il concetto di resilienza, applicato alla pianificazione territoriale, è stato sviluppato, tra gli altri, dallo scienziato svedese John Rockström, fondatore dello Stockholm Resilience Centre e ideatore della teoria dei confini planetari. Il suo messaggio è molto semplice: a un certo punto bisogna fermarsi. Non si può continuare a consumare suolo senza limiti. Per quanto riguarda l’uso del suolo, Rockström sostiene che oltre il 15% di artificializzazione l’ecosistema entra in una condizione di forte compromissione. Occorre quindi arrestarsi prima di raggiungere quella soglia. Lungo le coste, che sono ecosistemi particolarmente delicati, in Italia siamo invece mediamente oltre il 25%. È evidente che qualcosa non funziona. Queste tabelle forse non sono immediatamente leggibili, ma dobbiamo imparare a interpretarle e, soprattutto, a farle conoscere. Se rimangono confinate nel Rapporto nazionale sul consumo di suolo, servono a poco. L’ISPRA compie uno sforzo enorme per raccogliere e pubblicare queste informazioni, e credo che tutti dovremmo contribuire a dare loro visibilità. Dico una cosa provocatoria, ma ne sono convinto: se potesse, questo governo chiuderebbe l’ISPRA nel giro di poco tempo. Proprio per questo è ancora più importante valorizzare il lavoro dell’Istituto e diffondere i dati che produce sul consumo di suolo.

Quindi, guardate: in Campania siamo al 35,8% di cementificazione e impermeabilizzazione entro i 300 metri dalla costa. Ma osservate la colonna successiva, vedrete anche un altro dato importante: nell’ultimo anno si è continuato a cementificare. La Puglia, ad esempio, ha cementificato altri 13 ettari entro i 300 metri dalla costa. E stiamo parlando dell’anno scorso, non di trent’anni fa. Questo significa che continuiamo a derogare a norme fondamentali e agli impegni internazionali, come quelli previsti dall’Agenda 2030. Ci riempiamo la bocca di questi obiettivi, ma nel frattempo continuiamo a consumare suolo. Solo l’anno scorso, entro i 300 metri dalla costa, in Italia sono stati cementificati 107 ettari, cioè oltre un milione di metri quadrati. È un disastro. Oltre al danno ambientale, c’è un altro problema: al prossimo ciclone tutto questo rischia di essere spazzato via. E poi il Governo dirà: “Abbiamo stanziato i soldi per i ristori”. In questo modo aumenta anche la spesa pubblica come conseguenza del consumo di suolo.

Attenzione, quindi: il danno è triplice. È un danno ecosistemico, paesaggistico e anche di finanza pubblica. Per questo è importante far capire che il vostro lavoro non consiste semplicemente nell’essere “i signori del no”, o quelli che difendono il paesaggio per principio. State anche tutelando gli interessi economici e finanziari del Paese. Questa è un’altra delle questioni che ho cercato di spiegare. Ci sarebbero molte altre cose da dire: i dati sono tantissimi. Facciamo quasi fatica a elaborarli tutti, ma sono disponibili e raccontano una situazione molto chiara.

Purtroppo non abbiamo tempo per approfondire tutto, ma vorrei dirvi ancora una cosa. Alla Biennale di Venezia, dove il tema era dedicato al mare, ci è stato concesso uno spazio davvero ridotto per raccontare il fenomeno del consumo di suolo lungo le coste. Abbiamo dovuto faticare non poco per ottenere un minimo di visibilità e, alla fine, il video che avevamo preparato veniva proiettato in un angolino, quasi nascosto. Questo dà l’idea di quanto ci sia ancora bisogno di alzare la voce su questi temi. Vorrei però lasciarvi anche uno spunto di carattere tecnico, su cui vi chiedo di prestare particolare attenzione. È un aspetto fondamentale.

Noi facciamo un’enorme fatica a studiare i cambiamenti d’uso del suolo nelle aree costiere per un motivo preciso: tecnicamente, una linea di costa univoca non esiste. Su questo bisognerebbe promuovere una vera iniziativa, chiedendo che il Paese si doti di un’unica linea di costa ufficiale. Oggi, infatti, ne esistono tre: la linea naturale, la linea artificiale e la linea fittizia. Ed è proprio quest’ultima a creare i problemi maggiori, perché spesso include anche porzioni di mare. Di conseguenza, se calcolassi un indice di naturalità utilizzando quella linea, otterrei risultati distorti, addirittura sovrastimati, proprio perché nel conteggio rientrano superfici marine che non dovrebbero esserci.

Anche questo è un tema che richiede un grande lavoro di ridisegno cartografico, ma purtroppo non si stanno facendo gli investimenti necessari. Noi abbiamo provato a farlo, su incarico di ISPRA, per un piccolo tratto della Toscana. È stato un lavoro enorme, ma dimostra che è possibile. È un intervento molto importante, perché oggi non riusciamo a fare una contabilità accurata di tutti i processi che stanno trasformando le coste e le spiagge. Questa dimensione tecnica deve entrare a far parte della battaglia sociale e ambientale. Se non disponiamo degli strumenti adeguati, non possiamo affrontare il problema. È come voler svitare una vite senza avere un cacciavite. Per questo è necessario dotarsi degli strumenti tecnici giusti: non solo per impedire che le costruzioni continuino ad avanzare sulle spiagge, ma anche per poter monitorare correttamente ciò che sta accadendo. Perché senza monitoraggio non abbiamo gli elementi necessari per capire se la situazione sta migliorando oppure peggiorando. Qui fuori c’è la farmacia pubblica, ed è una cosa bellissima. Ma se non abbiamo il termometro è difficile capire se abbiamo la febbre oppure no. Ecco, questo è un altro tema fondamentale. In Italia, paradossalmente, non conosciamo davvero la nostra linea di costa. È incredibile: abbiamo circa 8.000 chilometri di coste, ma non disponiamo di una misurazione univoca e affidabile.

Passiamo allora a quello che potremmo fare. Ora vi faccio vedere alcune immagini che mi fanno davvero arrabbiare. Vi chiedo però una cosa: non lasciate che sia solo io a raccontare queste vicende. Mi sono accorto, ad esempio, che all’indomani dell’alluvione sono stato praticamente l’unico a sollevare questo tema. Mi piacerebbe che associazioni meravigliose come la vostra tenessero sempre insieme ciò che accade nell’entroterra e ciò che accade lungo le coste, perché negli ecosistemi nulla è isolato: tutto è in relazione.

Questo è il caso di Senigallia. Per quello che ho scritto, qualcuno voleva persino denunciarmi. Ma parliamo dell’alluvione del settembre 2022, la prima di una serie di eventi disastrosi, seguita poi da quelle dell’Emilia-Romagna e della Toscana. Quel piccolo torrente ha trascinato fino al mare tutto ciò che ha trovato lungo il suo percorso: soprattutto gli effetti dell’urbanizzazione. Ha riversato tutto sulla spiaggia di Senigallia, dove la RAI riprendeva gli orsacchiotti dei bambini trascinati dalla corrente e depositati sulla sabbia.

Lì ci sono state dodici vittime. Non stiamo parlando di uno scherzo. La dodicesima vittima è stata ritrovata un anno dopo, a tre miglia dalla costa. Questo dà la misura della violenza di ciò che è accaduto. E cosa ha fatto l’amministrazione comunale? A gennaio ha trasformato quella stessa spiaggia in una palestra a cielo aperto, organizzando per un mese corsi gratuiti per tutti, come se l’obiettivo fosse dimenticare ciò che era successo proprio in quel luogo. Io mi sono indignato e ho scritto un articolo molto duro. Mi sono chiesto: com’è possibile? Non solo non ci si rende conto di ciò che è accaduto, ma si continua a trattare la spiaggia secondo un modello estrattivo, come se fosse soltanto uno spazio per il divertimento, un palcoscenico sul quale cancellare la memoria. Non è questo il modo di rapportarsi a questi luoghi.

Sarebbe molto importante raccogliere tanti episodi come questo, costruire quasi un catalogo di queste vere e proprie “rapine” ai danni delle coste. Per questo vi chiedo di fotografare ciò che vedete sulle spiagge italiane. Coinvolgete anche i vostri volontari e frequentatori delle spiagge: scattate fotografie, documentate quello che accade. Abbiamo bisogno di costruire un archivio di queste trasformazioni, perché solo così possiamo dimostrare come, troppo spesso, le amministrazioni utilizzino e trasformino le coste. Documentare è fondamentale, e secondo me questo è un lavoro di grande importanza.

Veniamo ora a quello che si può fare. Dopo aver visto immagini come queste, che fanno davvero arrabbiare, è giusto anche dire che qualcosa si può fare. E questo grazie a quelli che, come dico sempre, sono dei veri eroi civili, persone delle quali ci dimentichiamo appena un anno dopo. Lei è Leonore Gewessler. Stampatevelo bene in testa, perché quasi nessuno la conosce. Lei ha compiuto un atto di disobbedienza politica. E fare politica, a volte, significa proprio disobbedire, non obbedire. In occasione del voto sul Regolamento europeo per il ripristino della natura, i ministri dell’Ambiente dei Paesi europei avrebbero dovuto esprimere la propria posizione. L’Austria aveva già comunicato ufficialmente che avrebbe votato contro. Lei, invece, all’ultimo momento ha cambiato la posizione del proprio Paese e ha votato a favore del regolamento. Per questo è stata perfino denunciata dal cancelliere, come se avesse commesso qualcosa di inaccettabile. Come vi dicevo, Leonore Gewessler ha compiuto un vero atto di disobbedienza politica. E fare politica, a volte, significa proprio questo: disobbedire, non limitarsi a obbedire. L’Austria aveva già comunicato ufficialmente che avrebbe votato contro il Regolamento europeo per il ripristino della natura. Lei, invece, all’ultimo momento, ha cambiato la posizione del proprio Paese e ha votato a favore. Per questo è stata denunciata dal cancelliere. Immaginate se il nostro Presidente del Consiglio denunciasse un ministro: è una cosa che non accade. Eppure lei è stata denunciata proprio per quella scelta.

Grazie a quel voto, oggi abbiamo questo regolamento europeo, che contiene una novità straordinaria. Per la prima volta afferma chiaramente che i suoli sono parte degli ecosistemi terrestri. Non vengono più considerati soltanto beni da amministrare, ma elementi fondamentali degli ecosistemi. È un cambiamento importante, perché modifica profondamente anche il ruolo delle amministrazioni pubbliche. Ma questo è un tema che meriterebbe un incontro a parte. Il regolamento è articolato per ecosistemi. Due articoli riguardano direttamente ciò che interessa a voi: l’articolo 4, dedicato agli ecosistemi costieri, e l’articolo 5, dedicato agli ecosistemi marini. Dal 18 agosto 2024 questo regolamento è già direttamente applicabile in Italia: non occorre che il Parlamento lo trasformi in una legge nazionale. Tra le altre cose, stabilisce che entro il 2050 dovrà essere ripristinato il 60% degli ecosistemi marini che oggi non si trovano in un buono stato di conservazione. È un obiettivo enorme.

C’è poi tutta la parte dedicata alle coste. In questo momento, ISPRA sta lavorando, con grande impegno, alla predisposizione del Piano nazionale di ripristino. Si tratta di un insieme di azioni e misure attraverso cui dare attuazione al regolamento europeo. Io ho esaminato tutte le misure relative agli articoli 4 e 5, proprio per capire se riguardassero anche il ripristino delle coste. E ho scoperto che, nella maggior parte dei casi, le Regioni stanno proponendo praticamente di tutto, tranne interventi finalizzati a restituire naturalità alle aree costiere. Per questo motivo è importante intervenire adesso. Sono stati prorogati i termini per presentare osservazioni e proposte, quindi siamo ancora in tempo. Vale davvero la pena partecipare. L’articolo 5 prevede giustamente anche misure per intercettare e gestire i sedimenti e i loro movimenti naturali. Sono interventi importanti e necessari.

Il problema, però, è che molte associazioni stanno proponendo misure per rafforzare la tutela di aree già protette. Va benissimo, ma non basta. Noi abbiamo bisogno soprattutto di recuperare e tutelare ciò che oggi non è ancora tutelato. Su questo, secondo me, esiste un cortocircuito che riguarda molte associazioni, ma anche diversi Comuni. La proposta che stiamo avanzando, lavorando con ISPRA sugli ecosistemi urbani, è molto semplice: rimuovere cemento e asfalto dalle coste, restituendo spazio al suolo naturale.

Nei Paesi Bassi, che pure consumano molto suolo, esiste un’iniziativa molto interessante chiamata NK Tegelwippen. Hanno coinvolto cittadini e Comuni in una grande campagna per rimuovere asfalto e pavimentazioni, sostituendoli con suolo permeabile e vegetazione. È evidente che, se una persona prende un piccone e va da sola a rompere il marciapiede, interviene subito la polizia. Ma se questa diventa un’azione pubblica, organizzata e condivisa, allora si apre una prospettiva completamente diversa.

Io la chiamo l’urbanistica del togliere: invece di continuare a costruire, iniziamo a rimuovere ciò che impermeabilizza inutilmente il territorio. Questa proposta deve entrare anche negli interventi sulle coste, altrimenti non diventerà mai un’azione finanziabile. In questo momento è aperta la consultazione pubblica sul Piano nazionale di ripristino. Vi invito davvero a partecipare e a presentare osservazioni. Le aree urbane costiere sono piene di parcheggi e superfici asfaltate. Pensiamo, per esempio, ai grandi parcheggi realizzati dietro le dune costiere: sono spazi che potrebbero essere recuperati. In molte città si stanno già rimuovendo asfalto e cemento per ricostruire il suolo naturale. Non si tratta soltanto di piantare alberi: bisogna ricostruire anche il suolo, perché gran parte della regolazione climatica dipende proprio dalla terra, non solo dalla vegetazione.

Concludo con un invito. Se andate sul sito di Altreconomia, troverete un articolo che ho scritto proprio per spiegare il Regolamento europeo sul ripristino della natura e il Piano nazionale di ripristino. All’interno trovate anche tutti i collegamenti utili per partecipare alla consultazione pubblica e presentare le vostre proposte. Vi chiedo di farlo. Presentate osservazioni specifiche sul tema della de-impermeabilizzazione e del ripristino delle fasce costiere, perché è davvero un passaggio importante.

Grazie, e continuate così.

Dante Caserta: Direttore Affari legali e istituzionali WWF Italia. ha presentato: “Ambienti costieri: la tutela del profilo fragile dell’Italia”

Cercherò di essere breve, anche perché molti dei temi che intendevo affrontare sono già stati richiamati negli interventi precedenti.

Desidero innanzitutto ringraziare Mare Libero per l’invito e, soprattutto, per il lavoro che continua a svolgere. Come WWF collaboriamo con Mare Libero da diversi anni e, anche recentemente, abbiamo elaborato proposte rivolte alle amministrazioni comunali per promuovere una gestione del demanio costiero più razionale, trasparente e pienamente conforme alla normativa vigente. Torniamo a discutere di questo tema dopo molti anni. Questa è la quarta conferenza dedicata all’argomento e, ancora una volta, ci troviamo a commentare le promesse formulate dal Governo e dalle forze di maggioranza. Promesse che puntano a rinviare o evitare l’applicazione di una normativa che, in realtà, esiste già ed è pienamente vigente.

È davvero paradossale che da oltre quindici anni assistiamo sempre allo stesso copione: si annunciano soluzioni che, nella pratica, gli stessi promotori sanno di non poter realizzare. Tutti i tentativi messi in campo finiscono infatti per scontrarsi con il diritto europeo e con le decisioni della Commissione europea. Inoltre, spesso dimentichiamo anche le conquiste giuridiche e costituzionali ottenute negli ultimi anni. Penso, ad esempio, alla riforma costituzionale che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione. Oggi l’articolo 9 afferma che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Parallelamente è stato modificato anche l’articolo 41, che disciplina l’iniziativa economica privata. L’iniziativa economica è certamente libera, ma la stessa Costituzione stabilisce che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale né arrecare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà o alla dignità della persona umana. La legge deve inoltre orientare e coordinare l’attività economica, pubblica e privata, verso finalità sociali e ambientali.

È esattamente il contrario di quanto troppo spesso accade nella gestione delle concessioni demaniali marittime. Continuiamo infatti a esporre il nostro Paese al rischio di procedure d’infrazione europee pur di difendere interessi particolari. Va inoltre ricordato che la direttiva Bolkestein non impone affatto la privatizzazione delle spiagge. Introduce invece un principio fondamentale: quello della concorrenza nell’assegnazione delle concessioni. Il problema è che qualcuno vorrebbe eliminare perfino questo principio, consentendo a chi già detiene una concessione di mantenerla indefinitamente, trasformando un bene pubblico in una rendita permanente. In molti casi, attorno a queste concessioni si sono consolidate posizioni economiche e politiche che rendono ancora più difficile affrontare il tema con imparzialità.

Dal punto di vista del WWF, gli oltre ottomila chilometri di coste italiane rappresentano innanzitutto un patrimonio naturale di straordinario valore. Si tratta di ecosistemi fragili, sottoposti a fortissime pressioni, che svolgono funzioni essenziali non soltanto per la conservazione della biodiversità, ma anche per la qualità della vita delle persone. Dagli ecosistemi costieri, così come dall’intera biodiversità, dipendono infatti i cosiddetti servizi ecosistemici: l’aria pulita, l’acqua, la protezione dall’erosione, la regolazione del clima e molte altre funzioni indispensabili. Sono beni che sostengono non soltanto l’ambiente, ma anche ogni attività economica. Senza ecosistemi sani non esiste sviluppo economico duraturo.

Per questo motivo condivido pienamente quanto affermato dal professor Pileri. Oggi disponiamo di un’importante opportunità rappresentata dal Regolamento europeo sul ripristino della natura, la cosiddetta Nature Restoration Law. L’approvazione di questo regolamento non è stata affatto semplice. Al contrario, è stata una delle iniziative legislative europee più osteggiate degli ultimi anni. Numerosi soggetti politici ed economici, insieme a importanti organizzazioni di rappresentanza del settore agricolo, hanno cercato di impedirne l’approvazione, sostenendo che avrebbe imposto vincoli eccessivi.

Nonostante queste fortissime resistenze, il regolamento è stato approvato al termine di un confronto parlamentare estremamente complesso. Per il WWF si è trattato di un risultato storico, ottenuto grazie al lavoro di molte organizzazioni ambientaliste e di numerosi parlamentari europei che hanno scelto di difendere l’interesse generale. Adesso, però, si apre una fase altrettanto delicata. Ogni Stato membro dovrà predisporre un Piano nazionale di ripristino della natura realmente credibile. L’Italia, purtroppo, ha assunto finora una posizione fortemente critica nei confronti del regolamento e il Governo si è espresso più volte in senso contrario durante il negoziato europeo. Poiché il regolamento è direttamente applicabile, il nostro Paese dovrà comunque attuarlo. Resta però da verificare quale sarà la qualità del Piano nazionale che verrà predisposto. I documenti preliminari finora disponibili non sembrano ancora all’altezza degli obiettivi fissati dalla normativa europea.

Occorre inoltre considerare che la stessa Nature Restoration Law continua a essere oggetto di forti pressioni politiche. Attraverso il cosiddetto processo di “semplificazione normativa”, la nuova Commissione europea, il Consiglio e il Parlamento europeo stanno progressivamente rimettendo in discussione numerosi provvedimenti approvati nella precedente legislatura. Il Green Deal europeo è oggi sottoposto a una pressione senza precedenti. Alcune normative sono già state profondamente modificate, mentre altre sono state rinviate o fortemente ridimensionate. È il caso, ad esempio, del regolamento contro la deforestazione, la cui applicazione è stata più volte posticipata.

Assistiamo quindi a una fase nella quale il rischio non è soltanto quello di rallentare le nuove politiche ambientali, ma addirittura di perdere risultati che sembravano ormai definitivamente acquisiti. Per questo motivo ritengo che la battaglia per la tutela dell’ambiente non riguardi soltanto l’approvazione di nuove norme, ma anche la difesa di quelle già conquistate. Se dovessero essere indebolite le politiche ambientali europee, verrebbe meno uno dei principali punti di riferimento che in questi anni ha consentito di contrastare decisioni nazionali incompatibili con la tutela del patrimonio naturale. Non dobbiamo dimenticare che una parte rilevantissima della legislazione ambientale italiana deriva dal diritto europeo. Difendere la normativa europea significa quindi difendere anche il livello di tutela dell’ambiente nel nostro Paese.
Grazie.

Nel dibattito seguito agli interventi della prima sessione è emerso :

“Poco fa è stato ricordato che il consumo di suolo lungo le coste italiane ammonta complessivamente a circa 107 ettari, una superficie considerata già di per sé enorme. Eppure è importante osservare che quasi un quinto di quella superficie si concentra proprio qui, a Bagnoli. La sola colmata di Bagnoli occupa infatti circa venti ettari. Si tratta di una vasta estensione di territorio sottratta al mare e trasformata artificialmente, che rappresenta uno dei principali nodi irrisolti della riqualificazione dell’area.

Quando affrontiamo questa battaglia dobbiamo avere piena consapevolezza delle sue dimensioni. Non stiamo discutendo del “cortile di casa” o di un piccolo intervento urbanistico, ma di una trasformazione che ha inciso profondamente su uno dei tratti costieri più significativi del nostro Paese. Esiste un’urbanistica che continua ad aggiungere cemento e consumo di suolo e un’altra che, invece, punta a rimuovere ciò che compromette gli ecosistemi, restituendo spazio alla natura e al mare. È questa la scelta che dovrebbe guidare ogni progetto di rigenerazione del territorio.”

Tra gli interventi conclusivi della giornata è stato ricordato il valore dell’iniziativa e il lavoro svolto dalle associazioni che hanno contribuito all’organizzazione della conferenza, sottolineata l’importanza di promuovere momenti di incontro che sappiano coniugare la riflessione sulla tutela dell’ambiente con pratiche coerenti di sostenibilità, come la scelta di offrire ai partecipanti un pranzo etico, pubblico e salutare.

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