Il miraggio dell’ombra e il condominio di sabbia

Da Silvia Mazzuca, Docente dell’Università della Calabria e Referente Regionale di Mare Libero APS, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

IL MIRAGGIO DELL’OMBRA E IL CONDOMINIO DI SABBIA

C’è un paradosso che ogni italiano che va al mare conosce bene, ma che raramente viene raccontato per quello che è: l’ombra che paghi non è tua. Questo piccolo, assurdamente italiano inganno è la metafora perfetta di un sistema più grande: quello che ha trasformato le spiagge da bene comune a salotto di casa, a discoteca, a parco divertimenti, da luogo di respiro a un osceno “condominio a cielo aperto”.

Per tre mesi all’anno, come racconta amaramente lo spettacolo Ombrelloni, acuto monologo di Iacopo Gardelli e interpretato da Lorenzo Carpinelli, gli stabilimenti diventano grandi condomini costruiti sulla sabbia; palazzine orizzontali senza ascensore ma con gli stessi inquilini invadenti, le stesse chiacchiere di corridoio, lo stesso senso di claustrofobia da città che pensavi di esserti lasciato alle spalle. Sotto gli ombrelloni si forma una comunità di inquilini temporanei, ognuno con la sua ossessione.

Non è il respiro del mare, è la vita condominiale in versione spiaggia. Sono campi in cui si “coltiva l’ombra” per venderla. Ma, l’ombrellone che noleggi per proteggerti dal sole, in realtà, protegge chi ti sta accanto o dietro. Il tuo lettino resta al sole per gran parte della giornata, perché l’ombrellone, piantato verticalmente, amovibile, fa debitamente ombra al legittimo affittuario solo quando il sole è allo zenit, che in genere coincide con il pranzo quando la maggior parte degli affittuari è al bar o al ristorante del lido. E la legittima ombra, quella che hai comprato, non fa ombra se non al tuo asciugamani. La beffa più amara? Quelli che pagano il posto in prima fila, il più caro, quello con la “vista mare”, sono gli unici che quasi mai usufruiscono della propria ombra e di quella altrui. Eliminato il tempo breve del sole a picco, l’ombra del loro ombrellone cade tutta alle loro spalle, sui lettini di chi sta dietro, che magari hanno pagato la metà. Di fatto, hanno speso una fortuna per quell’ombra che è di qualcun altro.

Il morbo dello stabilimento” si è diffuso come unico modello che ha fagocitato quasi il 43% delle coste sabbiose italiane, raggiungendo punte del 70% in Liguria, Emilia-Romagna e Campania. In alcuni comuni, l’occupazione supera addirittura il 90% o tocca il 100% degli arenili. Ogni metro di sabbia è diventato un lotto, ogni lotto un appartamento senza pareti ma con le stesse dinamiche da cortile condominiale: chi parla forte, chi mette la musica, chi controlla il vicino, chi rivendica il proprio spazio come se fosse proprietà privata. Il mare, che dovrebbe essere orizzonte e libertà, diventa sfondo di un agglomerato urbano sdraiato sulla battigia. Il risultato è un’esperienza che ha perso ogni rapporto con il benessere e la rigenerazione. Paghi, e sempre di più, visto che secondo Altroconsumo i prezzi sono saliti del 17% in pochi anni, per un posto che dovrebbe essere tuo per diritto costituzionale, visto che le spiagge appartengono alla Repubblica.

E cosa ottieni? Invece del respiro del mare e del suono delle onde è come se la città ti avesse seguito fino in spiaggia, solo che qui, invece del cemento, hai la sabbia. La vacanza, da tempo di rigenerazione, è diventata una performance di consumo. Dalla lunga villeggiatura si è passati a periodi sempre più brevi, ma il paesaggio costiero italiano non è cambiato, è rimasto inchiodato a un modello che pensa al turista come a un portafogli da svuotare, non come a una persona in cerca di benessere. Il condominio sulla spiaggia continua a espandersi, fila dopo fila, ombrellone dopo ombrellone, come un quartiere dormitorio che si allunga senza fine, senza un parco, senza una piazza, senza un respiro.

Qualcosa, però, si sta muovendo. Il quadro giuridico europeo, con la direttiva Bolkestein e le sentenze della Corte di Giustizia, ha dichiarato incompatibili le proroghe automatiche delle concessioni. Le gare pubbliche, se fatte bene, possono diventare lo strumento per rompere questa gabbia. Alcune amministrazioni stanno iniziando a muoversi in questa direzione, con piani che puntano a riequilibrare il rapporto tra spiaggia libera e concessioni, a garantire varchi e visibilità sul mare, a restituire ai cittadini ciò che è sempre stato loro. Per smantellare questo condominio a cielo aperto e restituire alla costa il suo profilo di orizzonte, non di muro.

L’associazione Mare Libero APS, con il suo documento programmatico, propone sette direttrici di sviluppo che mettono al centro la salvaguardia dell’ecosistema-spiaggia, la legalità, la tutela dei lavoratori, l’ascolto dei bisogni dei bagnanti e la diversificazione degli usi. L’obiettivo è affermare il ruolo sociale delle spiagge, dove la socialità si manifesta attraverso l’aggregazione, l’inclusione e il rispetto dell’ambiente, non attraverso il consumo e l’esclusione. Per questo i Comuni vengono chiamati alla co-programmazione con il Terzo Settore, per riscrivere le regole di un bene che è di tutti, per abbattere le recinzioni e far entrare aria in questo condominio di sabbia.

Un’alternativa esiste. È quella di una spiaggia a misura di cittadino, di famiglie, di anziani, dove i servizi essenziali siano garantiti dal pubblico, cioè dallo Stato e dai Comuni, titolari del demanio marittimo, come un servizio per la collettività, al pari di un parco o di una piazza. Le spiagge libere e attrezzate con servizi di base (docce, bagni, aree ombreggiate) devono essere la norma, non l’eccezione, e il loro mantenimento è un onere di cui il pubblico deve farsi carico, perché è il pubblico che possiede e custodisce il bene. I concessionari privati possono esistere, ma come opzione limitata e residuale: uno spazio per chi desidera servizi aggiuntivi a pagamento, sempre nel rigoroso rispetto della legalità, dell’ambiente, delle condizioni dei lavoratori e della giusta percentuale di arenile da restituire alla fruizione pubblica.

Non è una questione di “se” i privati servono, ma di “quanto”, e il quanto deve essere sempre meno, perché la spiaggia non è un bene da mercificare ma un diritto da tutelare. Dove le strutture siano leggere e removibili, non bunker di cemento. Dove l’ombra che paghi sia davvero la tua, e il mare torni a essere il bene comune che la Costituzione ci riconosce. Dove quel condominio a cielo aperto venga smantellato, ombrellone dopo ombrellone, per fare spazio al cielo, al vento, al suono delle onde.

Il mare è di tutti e deve essere fruibile da tutti. Non come un privilegio per pochi, non come un condominio di sabbia dove paghi anche l’aria che respiri. Ma come un luogo aperto, dove ritrovare il contatto con la natura e con gli altri. La sfida è politica, è educativa prima ancora che amministrativa: avere il coraggio di guardare oltre le proroghe e gli interessi consolidati, per restituire alla collettività il suo patrimonio più prezioso. E per chiudere per sempre la porta di questo condominio a cielo aperto che ha trasformato il mare in un salotto, il respiro in rumore, la libertà in consumo.

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